Mitologie beuysiane V – Il cappellino di carta.

  http://www.pasqualepolidori.com/sc/index.php/2018/07/08/mitologie-beuysiane-i-jb-e-lesigenza-spirituale/ http://www.pasqualepolidori.com/sc/index.php/2018/09/18/mitologie-beuysiane-ii-il-vestito-di-monchengladbach-dettagliatamente-parte-prima-il-video/ http://www.pasqualepolidori.com/sc/index.php/2018/04/25/mitologie-beuysiane-iii-viaggio-a-beuys/ http://www.pasqualepolidori.com/sc/index.php/2018/04/25/mitologie-beuysiane-iv-come-conobbi-beuys-b-e-lo-zio-remo/  

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Leggendo Boris Groys (#3-fine): con mia nonna in cucina. Note sul corpo a corpo con l’opera e significazione del readymade.

(1) In genere chi crede nella contemplazione dell’opera rifugge dalle spiegazioni scientifiche, soprattutto se offerte nelle forme semplificate e sintetiche di una didascalia, e le liquida così come si scansa un oggetto d’impiccio tra noi e il nostro interlocutore, una sovrastruttura verbale che offusca e minaccia la relazione frontale con l’oggetto contemplato. Quante volte accade che, essendo introdotti al lavoro di un artista, si dica di non voler sapere niente in anticipo, di voler scoprire (sentire…) tutto da soli, come in un thriller si scopre l’assassino, pensando in tal modo di mettere alla prova l’opera: se essa ci parla, significa che è arte; se non ci parla, allora non lo è. Così, contemplativamente, piuttosto che informarci e cercare un po’ di chiarimenti, preferiamo sentirci alle prese con un codice misterioso e, al limite, intraducibile, che da un momento all’altro come per incanto si svelerà in un op-là che non necessita di dizionari. Inconsapevoli del teatro[1], procediamo nello spazio espositivo senza sospettare inganni né artifici, ma solo eloquenze e misteri; opere che dicono e opere che sono sul punto di dire, e prima o poi sbocceranno al loro significato, come margherite in un prato. E siccome non avvertiamo la drammatica crisi […]


Ragguagli in merito alla forma. Per Rita Mandolini.

.. Ragguagli in merito alla forma. Per Rita Mandolini al Macro Asilo. (PP)   1. Si avverte a un certo punto il bisogno di una forma. A un certo punto, ma non naturalmente. Quindi. Infatti. Comunque. A un certo punto. Certamente, volendo, fortemente, ma non naturalmente. Si avverte fortemente il bisogno di una forma. Fortemente vuol dire essenzialmente che vuol dire il troppo d’essere. Impariamo che il buio non è contrario all’assorbimento o all’esasperazione di essere. Ci convinciamo che l’assenza di una forma non può che essere momentanea. Pensiamo che, siamo certi che, immaginiamo che una forma ci è destinata. A un certo punto.       Il bisogno di una forma si fa sentire punto per punto. È il bisogno di una forma che distanzia i punti l’uno dall’altro. È il bisogno di una forma che appesantisce ogni singolo punto. Sentire il bisogno di una forma è la pesantezza in un punto distinto. Sentire il bisogno di una forma è l’inizio di qualcosa. Sentire il bisogno di una forma è già qualcosa.   Qualcosa è qualcosa che qui non si specifica. Qualcosa è senz’altro più di niente ma non è ancora la forma. È poco più di niente o […]

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Leggendo Boris Groys (#2): con Marco al museo.

1. Andiamo al museo. Conosciamo il museo abbastanza bene, almeno per quanto si possa umanamente conoscere bene il museo; il quale ha sempre i suoi segreti e le zone nascoste, e quella risorsa di verità che non si espone mai del tutto e tutta insieme, a dispetto della luce chiara che ovunque lo pervade fermamente. Ma le visite ripetute degli ultimi anni ci hanno aperto diverse prospettive e angolature negli spazi del museo, sicché ci muoviamo al suo interno con una certa disinvoltura, e le sue forme architettoniche un tempo insolite, ora non destano più la sorpresa delle prime volte. La struttura ci è diventata familiare; il che va bene, era quello che si voleva: non spaventarsi del museo, non diffidare del museo, non essere timidi con il museo. La newsletter, le attività sociali, l’affabilità del personale, le offerte, le entrate gratuite, tutto è servito allo scopo di addomesticarci al museo. Ora che è stata vinta ogni resistenza da parte nostra, il grande lavoro del museo è scongiurare semmai il senso di scontatezza, mostrarsi cioè ogni volta diverso e rinnovato; e anche evitare che un eccesso di familiarità possa accendere dinamiche pulsionali non favorevoli al rapporto tra noi e il […]


entr’acte #8 (5 poesie di Nanni Cagnone)

  Le poesie sono tratte dalla raccolta Doveri dell’esilio, 2002 Il Cobold-Night Mail editore.   Nanni Cagnone (Carcare, 10 aprile 1939) è un poeta e scrittore italiano. Dopo aver debuttato come poeta nel 1954, ha scritto libri di poesia, opere teatrali, romanzi, racconti, saggi e aforismi, da I giovani invalidi (1967) a The Oslo Lecture (2008), a Discorde (2015). (…) Intorno alla propria poesia, Cagnone scrive: «Poesia è questo intervallo fra noi e le cose, questo sentimento interrotto, un oggetto perduto in casa del desiderio. Poesia è un’opera estranea, cosa che il sonno insegnerebbe al risveglio. Essa richiede un sentimento passivo, un pensiero ricettivo, e desideri imparati rispondendo. Poesia non è l’atto di raccogliere il mondo come soccorritori del senso o adulatori del linguaggio, ma il culto senza scopo d’una soverchia figura e l’esperienza d’una fedeltà: quella d’un Dire che non vorrà mai lasciare il suo Taciturno amante. Poesia è agire inoltre, oltre quel che si riesce a pensare».

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Leggendo Boris Groys (#1): con Patti Smith, Arthur Rimbaud e alcuni altri fantasmi.

Leggendo Boris Groys (#1): con Patti Smith e Arthur Rimbaud (e molti altri fantasmi). 1. Nel 1980 furono pubblicate, tradotte in italiano e riunite in un unico volume, le due raccolte poetiche di Patti Smith, Witt (1973) e The Night (1976)[1]. In copertina, sotto il titolo ‘poesie rock’, alcune parole pubblicitarie fissavano i cardini di quella poesia nell’allucinazione e nell’erotismo: ‘Viaggi allucinanti e sogni erotici in una poesia giovane e violenta come un ritmo di rock ‘n’ roll’. In realtà, pubblicità a parte, la sintassi sconvolta e febbrile — sulla linea di William Burroughs a cui Witt è dedicato, insieme a Allen Lanier e Arthur Rimbaud, ma anche debitrice verso altre letture, come senz’altro Henry Miller e forse Sylvia Plath, e verso altre visioni, come il cinema di Robert Bresson e Carl Theodor Dreyer — non sarà stata solo un effetto automatico delle droghe allucinatorie; e il desiderio d’amore, piuttosto che confinato in uno spazio onirico soggettivo, trascende in una mistica visionaria, che ambisce a dar forma ad un mondo di angeli e insetti; animali, uccelli, esseri di varia natura e oggetti, tutti metaforizzati; persone reali e viventi; e spettri di morti, per lo più artisti. Una poesia è dedicata […]


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entr’acte #7 (prove di trazione – Hegel)

  In alto: Prove di trazione (Hegel), Video, 2018. Prove di trazione è un progetto che comprende una serie progressiva di video ognuno dei quali documenta un gioco di trazione svolta su un volume scelto tra i classici del pensiero filosofico, per lo più. (PP) Altre Prove di trazione qui.


Infigurabile plastico. Verso, sponda e soluzione del visibile.

Infigurabile plastico VERSO, SPONDA E SOLUZIONE DEL VISIBILE. [Le riflessioni che seguono sono il prodotto dell’invito, da parte di Luigi Severi, a partecipare alla giornata di studio “Poesia degli anni 2000: modelli, forme, contaminazioni”, che si è svolta il 19 maggio 2018 alla Fondazione Primoli a Roma. PP] . . . Si prendono qui in considerazione i testi di Carl Andre, Gina Pane e Gilbert&George, i quali in diversi modi e funzioni sono strettamente legati alle corrispondenti esperienze artistiche. Si cercherà di leggere queste scritture alla luce di un possibile confronto con quei caratteri linguistici che individuano una, genericamente detta, forma della poesia: l’accento posto sugli elementi sintattici e formali, la metrica e il senso del verso, l’accapo, l’artificio retorico e la traslazione della materia in finzione verbale. Per quanto possa intendersi a tratti sospesa la complessità ultra-verbale di questi testi, un tale confronto dovrà svolgersi sempre sottintendendo il riferimento alle opere (sculture, azioni, fotografia e narrazione concettuale,…). . . 1. Il verso. Carl Andre. Fra le numerose ricerche verbali che durante il Novecento sono scaturite all’interno dei mobili confini dell’arte visiva[1], ve ne sono di quelle che più marcatamente tendono a una radicale astrazione della lingua, ossia all’assunzione della […]

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Laboratorio-Roma alla Fondazione Primoli.

  Laboratorio-Roma è stato anche una occasione, non frequente, di confronto e intersezione tra scrittura di ricerca e pratiche pertinenti all’arte visiva. Fra le esperienze poetiche presentate, diverse erano quelle in cui un rigoroso lavoro di composizione verbale si dava nel sensibile riflettere e costruire la forma visiva del testo, al di là di quanto ciò è comunque insito nel verso poetico. Ho avuto il piacere di prendere parte a due appuntamenti. Durante il mio intervento la seconda volta, chiesi a Luigi Severi, Marco Giovenale e Giulio Marzaioli di scegliere e ritagliare ‘a fantasia’ alcune pagine del libro di Peter Szondi, Le “Elegie Duinesi” di Rilke, Edizioni SE. Sono grato ai tre poeti per aver accettato con la giusta ironia. (PP)


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Mitologie beuysiane I – JB e l’esigenza spirituale.

[Il testo che segue fu scritto nel 2008 come tassello narrativo di una riflessione multimediale su etica e arte. La sua composizione è dovuta esclusivamente alla preziosa occasione di lavorare con Mauro Piccini, che con generosità accettò di illustrare il racconto. Artista e grafico già attivo negli anni Settanta, nonché storico illustratore della rivista Playmen, nel dialogo con Piccini prese forma l’intenzione di trattare Beuys come un personaggio da narrativa popolare. Il lavoro fu presentato in occasione della mostra NEMESI E ASSESTAMENTO/SETTLEMENT AND NEMESIS – U. BREITENSTEIN, R. HUBNER, P. POLIDORI , 22 febbraio / 20 marzo 2008, a cura di R. Annecchini, Change + Partner, Roma. (PP)]     Le avventure di Joseph Beuys: Joseph Beuys e l’esigenza spirituale.         “Tout pour les dames”, ça se dit, mais “l’art avant tout”, ça se pratique. (Gustave Flaubert) C’era una volta, in un paese per niente lontano, un vignaiuolo che si era innamorato dell’arte contemporanea. Ogni mattina scendeva per le sue vigne, che conosceva palmo a palmo e a cui si dedicava con passione ed energia, e controllava che i lavori fossero svolti con cura e secondo le tecniche più moderne. Ma quando arrivava alla fine del giro […]


entr’acte #5 (sommossa al discorso di apertura)

  . . . .   4 didascalie fotografate alla mostra Robert Lebeck 1968 al Kunstmuseum di Wolfsburg, Germania, fino al 23 settembre 2018. La mostra raccoglie i reportage realizzati da Lebeck durante il 1968 per la rivista Stern. 4 captions photographed at the exhibition Robert Lebeck 1968 at the Kunstmuseum in Wolfsburg, Germany, until September 23, 2018. The exhibition collects the reports made by Lebeck during 1968 for the magazine Stern.

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Arts and Crafts and Freud (l'eccitamento eccedente), 2015, collage su carta, inchiostro, 31x31 cm

entr’acte #4 (Arts and Crafts and Freud)

          Pasquale Polidori, Arts and Crafts and Freud, 2015. Serie di collage su carta tratti da un catalogo di arte e artigianato cinese stampato in inglese nel 1972 e da una ristampa dell’edizione italiana del 1975 Bollati Boringhieri di Al di là del principio di piacere. (Foto: Giorgio Benni)


Mitologie beuysiane IV – Come conobbi Beuys (B. e lo zio Remo)

Come conobbi Beuys (B. e lo zio Remo) Lo zio Remo, fratello di mia madre, andò a studiare a Bologna nel 1969. Era il primo della famiglia, e uno dei primi in paese, a tentare gli studi universitari e su di lui gravava una comprensibile apprensione. Un fallimento sarebbe stato non puramente una sua questione personale, bensì la triste resa di un intero vicinato agricolo alla prova della propria insufficienza al sistema scolastico borghese. Inizialmente iscritto a Giurisprudenza, dopo due anni passò a Lettere, e dopo un altro anno andò ad accrescere il numero dei fiduciosi che costituivano l’avanguardia del Dams, da poco inaugurato. Nel ’74, quando in fondo gli mancavano pochi esami per finire e con un piccolo sforzo in più ce l’avrebbe fatta di sicuro, lo zio Remo tornò a casa, in paese, accompagnato dai carabinieri. La vergogna era grande, ma non sarebbe stato possibile aggiungere altro peso sulla schiena del povero cristo, non una parola di rimprovero né una legnata. Sembrava già di suo un cane bastonato, dimagrito e di un pallore bluastro, sudato e nervoso mentre il padre lanciava contro il muro, uno per uno, i libri da dentro alla valigia, senza che l’uomo potesse bestemmiare […]

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Mitologie beuysiane III – Viaggio a Beuys

Viaggio a Beuys. A Perugia, nel sottosuolo adeguatamente climatizzato di Palazzo della Penna, si conservano le 6 lavagne istoriate da Beuys durante l’incontro pubblico avvenuto il 3 aprile 1980, un giovedì, in occasione dell’invito, rivolto da Italo Tomassoni a Beuys e a Burri, a confrontarsi operativamente nella città umbra. Solo due giorni prima, il martedì, Beuys aveva incontrato Warhol a Napoli, da Lucio Amelio, dove Warhol esponeva i ritratti di Beuys. Una settimana densa di appuntamenti dunque, durante la quale, a parte i due famosi artisti citati, Beuys era entrato in contatto con centinaia di altre persone, artisti comuni e anonimi della grande scultura sociale. In memoria di quegli incontri straordinari, un paio di domeniche fa siamo andati a Perugia, a vedere le lavagne. Lungo la strada, abbiamo fatto volantinaggio. (PP) Vedi anche: Mitologie beuysiane I Mitologie beuysiane II Mitologie beuysiane IV Mitologie beuysiane V http://www.pasqualepolidori.com/opere.html#slide-opere-b


Ketty La Rocca: di nuovo o finalmente?

La mostra in corso a Ferrara (Ketty La Rocca 80 — Gesture, Speech and Word; a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna; Padiglione d’Arte Contemporanea, dal 15 aprile al 3 giugno 2018) è la prima antologica realizzata in Italia a quasi vent’anni dall’Omaggio a Ketty La Rocca che nel 2001 ebbe luogo al Palazzo delle Esposizioni a Roma, e certo è la più ampia selezione mai presentata di lavori e materiali d’interesse biografico e insieme estetico. Ci sono tutte le opere più note dell’artista, raggruppate in due sezioni principali che danno conto rispettivamente della ricerca sulla parola (la poesia visiva, fra collage, cartelli segnaletici e lettere-scultura) e di quella sul gesto (la performance, il linguaggio delle mani e del viso, le craniologie e le riduzioni dell’immagine a parola per via calligrafica). Questa suddivisione di un lavoro di riconosciuta importanza, che nell’arco di appena un decennio ha prodotto opere ed esperienze sufficienti a testimoniare ogni tipo di approccio possibile fra le arti visive e la lingua (scrittura, oralità, comportamento, abito culturale, segno), è resa fluida dalla terza parola contenuta nel titolo della mostra, ovvero quello Speech/discorso che certamente sta per forma vocale e liquida della comunicazione, ma anche come assetto […]

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entr’acte #3 (prove di trazione – Majakovskij)

    Pasquale Polidori, Prove di trazione (Majakovskij), Video 6′ 37”, 2018. + Progetto per 2 manifesti da Majakovskij, 2018. Il video e i manifesti saranno in mostra ad Amelia (Terni) nell’ambito di SENTIERI – festival di arte contemporanea, 31 marzo – 30 aprile 2018, a cura del Centro Ricerca Arte Contemporanea, diretto da Claudio Pieroni, con la collaborazione dell’associazione culturale Feng Huang, diretta da Luo Guixia.


soggettosospeso.org

    Il sito soggettosospeso.org raccoglie i risultati di un laboratorio di ricerca verbo-visiva che si è svolto fra novembre 2017 e gennaio 2018 nell’ambito del corso di Tecniche Extramediali dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone. Il laboratorio ha visto la partecipazione di 11 studenti coinvolti nella produzione di elaborati multimediali basati sulla lettura di Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi. Nell’arco di poche settimane, in alcuni casi solo sufficienti all’abbozzo progettuale di idee e intuizioni, questo classico dagli inesauribili spunti è stato oggetto di una riflessione che ha beneficiato di strumenti e modalità operative propri delle arti visive: l’analisi e “materializzazione” della lingua; l’appropriazione e l’editing di materiali culturali; il video, la fotografia, la grafica; l’installazione, la performance e l’arte comportamentale.         L’impostazione determinata da questi mezzi, ha comportato una lettura del testo che si è discostata dagli obiettivi caratteristici dei tanti adattamenti e trascrizioni conosciuti dal classico di Collodi, fra il cinema e la televisione, il teatro, il fumetto e l’animazione, oltre alle innumerevoli riduzioni letterarie; operazioni, queste, di traduzione intersemiotica che a vario grado rispondono tutte a un vincolo di interpretazione della linea narrativa, assorbita nella sua coesione sia letteraria sia tematica. Al contrario, […]

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Gente al lavoro (documenta14).

Le note che seguono sono state scritte per la rivista arshake.com durante un periodo di permanenza a Kassel, fra giugno e luglio 2017, in occasione di documenta14. Ringrazio Elena Giulia Rossi per lo scambio intercorso a proposito di quella esperienza, per la cura e la pubblicazione. (P.P.) L’unità di luogo è (ormai) impossibile. Lo ‘aver luogo’ degli eventi come un ‘aver senso’, e cioè la corrispondenza tra situazione e significazione, è il nodo critico e curatoriale su cui si fonda documenta14, e intorno al quale occorre una prima riflessione su ciò che questo evento in particolare ci dice. Già fin dal principio inscritta nell’origine di documenta, la ragione del luogo, il ‘qui, a Kassel’, coincideva con il senso dell’evento (la mostra), e ne segnerà il destino in ognuna delle edizioni future, compresa quella attuale, a partire dal 1955, quando Arnold Bode, artista e uomo politico, qui organizzò la prima mostra di arte contemporanea in Germania dopo il 1937, l’anno di Arte Degenerata a Monaco. Kassel, bombardata e rasa al suolo nel 1943 per via della presenza nella zona di fabbriche di armamenti, e dopo la guerra ricostruita secondo i canoni di un’architettura austera e pragmatica, era fra le città tedesche […]


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    In queste immagini, girate nel museo, il sublime sta per terra, su un discreto pavimento in graniglia, un po’ scostato dal centro del corridoio e più vicino al finestrone. Di colore rosso, forma sferica e fatto di gomma; la sua superficie lucida riflette l’ambiente, ma non proprio del tutto, non come se fosse uno specchio, anzi: il sublime ottunde e confonde più di quanto non si immagini. Un guardiano attende all’intoccabilità del sublime, che nella contingenza è messa continuamente a rischio, sia per volontà che per errore: vista la folla dell’inaugurazione, e l’ordinarietà oggettuale del sublime, può infatti accadere che qualcuno inavvertitamente urti il sublime col piede, imprimendo al sublime un movimento che di sicuro porterebbe il sublime a rotolare verso chissà dove… Il viavai ininterrotto di persone non fa che sottolineare l’immobilità del sublime, mettendo in risalto la gravità assoluta e impensabile del punto rosso. Domanda: com’è che tutti questi corpi e vestiti e passi e braccia agitate nei gesti e nei saluti e anche fiati (si sente un gran vociare intorno al sublime), com’è che non sollevano neanche un filo d’aria che possa appena appena smuovere il sublime? Neanche un tremolio, zero oscillazione. Evidentemente il sublime […]

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Ugo Piccioni, Crossworlds

  Sulla semplicità e radicalità di Crossworlds di Pasquale Polidori   Crossworlds è un insieme di opere dalla straordinaria pulizia formale, che corrisponde felicemente all’asciuttezza di un unico e coerente metodo operativo, consistente nell’incrocio, prima di tutto mentale e linguistico, di due parole o di due piccole frasi sulla pagina bianca. In seguito, la pagina assume la natura di una tela ripetutamente sbiancata ad acrilico, oppure quella di una lustra superficie di plexiglass dal biancore latteo; e in questo spazio, così rarefatto da risultare innaturale allo sguardo, la parola si situa, componendosi in ordinati caratteri luminosi che, nella successione misurata dei led, ricreano geometricamente quella dislocazione astratta della lingua precedentemente pensata, facendo sì che ognuna di queste brevi frasi spezzate e intersecate — incrocio di concetti o gioco di parole — si muti in un epifanico abracadabra. Si tratta di un esercizio dagli esiti puntualmente elementari i quali, proprio in questa lineare sinteticità, hanno qualcosa di definitivo e ineluttabile, che ci ricorda il gesto meditato di Lucio Fontana, quel taglio nella cui secca e brevissima durata vertiginosamente precipita il lentissimo girovagare del pensiero. Certo, in Crossworlds non c’è alcun gesto della mano e qualsiasi riferimento al corpo è del tutto […]

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The legacy of allan kaprow. Parte III — Fine del muro (smercio dei mattoni).

SCOPRIRE IL SENSO DELL’ORDINARIETÀ L’eredità di Jackson Pollock Pur nell’inevitabilità di declinazioni eterogenee, capaci di lasciare aperta la scelta dei contenuti intellettuali e delle modalità di azione, Allan Kaprow, nel testo pubblicato su Artnews nell’ottobre del 1958, delinea la necessità di superare la deriva formalista innescata dalla pittura di Jackson Pollock, avviando una riflessione sulla complessità speculativa delle cose ordinarie, intesa come una sorta di cerniera tra una dimensione fisica e una dimensione mentale. Sul piano di una radicale orizzontalità entrambe si misurano continuamente con i propri limiti, come a suggerire che le coordinate del loro sviluppo sono dialetticamente correlate alla necessità di concatenamenti intermediali, dominati dall’imprevedibilità e dal probabilismo. Slabbrando i confini dell’una e dell’altra, si orchestra una commistione dinamica e fertile, nell’intento di suggerire una molteplicità interpretativa flessibile, mutevole, aperta, fluida, capace di eludere la produzione di significati slegati dall’immediatezza. Una salda coerenza concettuale e metodologica sposta l’attenzione sul flusso indistinto dell’esperienza quotidiana, rintracciando nella dissoluzione del sistema di valori tradizionali, la possibilità di un approccio differente, che permetta il recupero dell’originaria funzione dell’arte come funzione della vita. Nell’ibridazione di una nell’altra si attua quella fertile deterritorializzazione che, partendo dal potenziale performativo dei gesti quotidiani arriva all’affermazione di […]


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        the legacy of allan kaprow           the legacy of allan kaprow è l’oggetto del lavoro svolto nell’ambito del corso di Tecniche Extramediali dell’Accademia di Frosinone, nell’anno accademico 2016/2017, e prende spunto dall’occasione di un doppio anniversario: 60 anni dalla morte di Jackson Pollock e 10 anni da quella di Allan Kaprow.   the legacy of allan kaprow is the product of the work done during the Tecniche Extramediali course at the Frosinone School of Fine Arts for the academic year 2016/2017 and it is inspired by a double anniversary: the 60th anniversary of Jackson Pollock’s death and the 10th of Allan Kaprow’s.   Students: Jiaxin Chen, Asia Dib, Laura Di Manno, Giovanna Fiacco, Giuseppe Vinella Professor: Pasquale Polidori Website designed and realised by: Gabriele Cippitelli and Iacopo Spaziani  

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frasi semplici al presente indicativo assai utili per un rosario nell’anniversario prossimo della rivoluzione d’ottobre.

uno spettro s’aggira le potenze si alleano gli avversari tacciano il partito di comunismo il partito rilancia l’accusa le conclusioni scaturiscono le potenze riconoscono il comunismo come potenza è tempo i comunisti espongono il modo i comunisti espongono le tendenze i comunisti espongono i fini i comunisti contrappongono un manifesto alla favola i comunisti si riuniscono i comunisti redigono il manifesto i comunisti pubblicano il manifesto la storia è storia tutti sono in contrasto tutti conducono una lotta la lotta finisce si trova un’articolazione si hanno le classi la società sorge dal tramonto la società elimina gli antagonismi la società sostituisce le classi alle classi la società sostituisce le condizioni la società sostituisce le forme l’epoca si distingue l’epoca semplifica gli antagonismi la società si scinde le classi si contrappongono il popolo sorge dai servi gli elementi si sviluppano dal popolo la scoperta crea un terreno la circumnavigazione crea un terreno il mercato dà slancio al commercio il mercato imprime uno sviluppo l’esercizio non basta il fabbisogno aumenta la manifattura subentra il ceto soppianta i maestri la divisione scompare i mercati crescono il fabbisogno sale la manifattura è sufficiente il vapore rivoluziona la produzione l’industria subentra all’industria i milionari subentrano […]


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Cenerentola anoressica. Tre appunti su arte visiva e lingue grasse.

Cenerentola anoressica* Tre appunti su arte visiva e lingue grasse. di Pasquale Polidori     La parola (…) immagine. Nella fiaba di Perrault, come in tutte le altre versioni, Cenerentola partecipa al ballo principalmente a costo di una mutazione. Non è pensabile che lei vi arrivi così com’è, con i suoi cenci addosso e la puzza di cucina: dal vestito alle scarpe al suo corredo di cavalli e valletti, che in realtà sono sorci e lucertole, tutto deve essere trasformato. Anche l’identità della fanciulla va perduta, e lei entra nel palazzo spacciandosi per principessa senza nome, una principessa incognita che non ha più nulla di sé né del contesto in cui si svolge la sua esistenza quotidiana. Cenerentola partecipa al ballo per due sere di seguito. La prima volta le va bene ed esce dal palazzo ben prima di mezzanotte. Ma al secondo ballo, quando la poverina si attarda fra le lusinghe e i luccichii, l’incantesimo le scade appena fuori dalle porte del salone regale, mentre ancora non è uscita dalla reggia, e nella fretta di sparire perde la scarpetta e si ritrasforma, da principessa in semplice ragazza. Fu domandato alle guardie di palazzo se avessero visto uscire una principessa; […]


Quali spettri?

La nuova sistemazione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ha suscitato molte polemiche e risentimenti, soprattutto da parte degli storici dell’arte. L’allestimento dal titolo Time is Out of Joint infatti, senza troppo spiegare o approfondire le conseguenze di un tale gesto, si sbarazza di ogni ragione storica, sia relativamente alle opere che alla collezione, mescolando tempi, scuole e correnti artistiche, e accostando le opere sulla base di criteri che sono diversi di sala in sala, e che nessun apparato curatoriale si incarica di esplicitare. C’è una evidente insofferenza per la didascalia e il pannello descrittivo, orpelli d’arredo e d’intelletto, e le opere sono date nella loro nuda presenza, a indubbio vantaggio del colpo d’occhio che si gode all’ingresso di ogni sala. Nelle ariose e luminose sale bianche, i nessi in certi casi si intuiscono immediatamente, in altri casi restano misteriosi; ed è come navigare per le pagine di google o forse, in sogno, lasciarsi andare alle associazioni e ai ribaltamenti che una coscienza intorpidita rilascia in libertà. Il più delle volte, va detto, si tratta di un inconscio ansioso di pulizia e nominalistico, che non fa altro che mettere le etichette anche quando fisicamente non le dispone sotto forma […]

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There are as many Hamlets…

Oscar Wilde, The critic as artist, 1891 (Il critico come artista, traduzione: Alessandro Ceni, Feltrinelli, 1995)