Una domenica Fuori Tutto


Una domenica Fuori Tutto

di Pasquale Polidori

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Foto: Paolo Landriscina

La danza di Pollock. Le iniziative curatoriali del collettivo artisti§innocenti non sono mai scontate. Aperte alla collaborazione di numerosi altri artisti e pochi curatori amici, e basate principalmente sull’assunzione di uno spazio pubblico come elemento semantico aggregativo e ispirativo — uno spazio che di per sé non ha finalità espositiva, ma che anzi avrà il compito di innervare, del suo proprio significato e funzione, dei suoi limiti e delle sue aperture, la presenza artistica che vi prenderà dimora; per una sera o per qualche settimana — tali iniziative sono tanto indefinite nei dati di partenza, quanto fluttuanti negli esiti, sempre aperti a ripensamenti e soluzioni dell’ultimissimo minuto.

La procedura che caratterizza le operazioni di questo vivace collettivo, attivo a Roma da qualche anno, è infatti quanto di più distante si possa immaginare dalla staticità deduttiva che è propria di certi progetti artistici studiati a tavolino e delineati prima della loro stessa realizzazione. Quel che il collettivo sembra ricercare, invece, è il continuo movimento del fare; la direzione sempre provvisoria del discorso, impostato su principi volutamente effimeri e rispondente più agli stimoli occasionali della situazione concreta che non a una prefissata organizzazione progettuale; e, soprattutto, la metamorfosi come chiave di volta del procedimento di costruzione dell’opera/operazione. Tramutare è il primo verbo che ispira e descrive le operazioni del collettivo, nel senso che i luoghi presi a oggetto di tali operazioni equivalgono a dei cantieri in cui si svolge una metamorfosi permanente delle forme, degli oggetti, delle relazioni tra i partecipanti e, infine, del luogo nel suo complesso.

Il luogo, innanzitutto. Luogo, posto, spazio preesistente e presignificante, che l’intervento del collettivo tenderà a trasformare in sito (= in cantiere), e che ispirerà l’idea di partenza nonché le linee procedurali che si trasmetteranno agli artisti invitati. Il luogo dunque non è mai una cornice indifferente: un teatro, l’anno scorso, di malinconica ascendenza avanguardistica; oggi spazio angusto e scorticato nel significato oltre che nell’intonaco (Naked Lights, performance dal palco e autocombustioni, teatro Tor di Nona, 18 giugno 2015); quest’anno i magazzini Mas, storici e popolari grandi magazzini da molti considerati luogo per antonomasia dello shopping a buon mercato e seriale, nella dichiarata e polverosa decadenza dell’ultima improrogabile svendita (Fuori Tutto, Campionario Estemporaneo d’Arte, Magazzini MAS, 18 settembre 2016). Nel primo caso, il teatro interamente occupato in tutti i suoi spazi dentro e fuori le sale, diventava occasione materiale e ideale per una labirintica esperienza di azioni, performance e opere offerte in piena immediatezza e senza soluzione di continuità, tra pavimento, soffitto e sottotetto, palcoscenico, camerini, corridoi e disimpegni. Nel secondo caso, un piano svuotato dei grandi magazzini ospita per un giorno intero una sessantina di artisti che si spartiscono il grande spazio aperto, il tempo e soprattutto l’atmosfera di questo posto dal passato molto ingombrante.

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Si dirà che ciò non è altro che il comune senso del site specific, ormai del tutto assimilato e non bisognoso di ulteriori precisazioni. Se non fosse che, in questo caso, l’appello arriva da un collettivo di artisti interessati, sembra, al valore simbolico e strutturale del luogo prescelto e all’attivazione di una dialettica, tendenzialmente scivolosa e articolata su una accentuata contingenza, tra luogo ospitante e artisti convocati, e assai meno interessati alla cura dei singoli lavori che vi si installeranno e che, in gran parte, rimangono fuori dal controllo diretto del collettivo.

Alla fine, e fatta salva la singolarità dei tanti e differenti partecipanti e relative opere, tutta l’operazione potrà leggersi come un’opera del collettivo artisti§innocenti; opera complessa che, fra i materiali e le tecniche, includerà il luogo, gli artisti convocati, le opere degli stessi e finanche i curatori amici che hanno prestato il loro contributo: tutto ciò andrà a costituire l’operazione, e cioè l’opera. Non è il site specific in relazione ai singoli lavori esposti quello che, nell’oggetto finale, apparirà in evidenza; bensì, durante la metamorfosi del luogo in sito, la costruzione di una complessità di rapporti fra attori, spazi, oggetti artistici e relativi significati. Poi, che le opere installate siano riuscite o non lo siano nella loro vocazione alla specificità, comunque esse sono soltanto una parte del tutto. Site specific non sono tanto le opere degli artisti coinvolti, quanto il lavoro di messa in atto dell’intera operazione, dalla formulazione dell’idea di partenza fino alla mostra o happening conclusivo e aperto al pubblico.

In questo senso, l’oggetto finale, a cui il pubblico avrà accesso, è nient’altro che l’ultimo atto di un lavoro artistico-costruttivo, quello del collettivo artisti§innocenti, che rimarrà osservabile solo in controluce, e in assenza di altri testimoni se non, ognuno dal suo punto di vista, gli artisti e gli altri collaboratori coinvolti nel percorso di realizzazione della mostra o dell’happening. Per il pubblico, è come andare a teatro e sapere che lo spettacolo è iniziato molto prima. Ci si è persi una parte fondamentale di questo spettacolo, che è poi la scrittura e la messa in scena dello spettacolo stesso; ci siamo persi Pollock al lavoro, e ciò che vediamo, l’oggetto finale, non fa che ribadire la sua sostanza di risultato. Si vorrebbe, come pubblico, che tale risultato scoprisse un po’ del suo procedimento; si vorrebbe poter vedere l’opera-alle-spalle e Pollock che danza.

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Foto: Paolo Landriscina

Sarà possibile che l’oggetto finale si mostri nella sua costituzione? L’oggetto finale è qualcosa di stratificato; il risultato di azioni sovrapposte; di ripensamenti e aggiustamenti in corso d’opera; negoziazioni di spazi e di tempi con gli artisti non meno che con i proprietari dei luoghi prescelti; di rinunce e inconvenienti che danno luogo a nuove occasioni; e di successive inclusioni di nomi e di opere in un programma mai per principio chiuso. L’oggetto nel suo farsi, si cancella; e l’idea di una trasparenza dell’oggetto finale (la mostra) in funzione della sua storia evolutiva (il processo curatoriale-artistico) è uno di quei miraggi che godranno di qualche consistenza solo nel caso che l’oggetto finale sia percepito in quanto opera d’arte riuscita.

A volerlo raccontare o ripercorrere a ritroso, l’oggetto finale richiederebbe forse una mappa; dove però le linee, che si sono tracciate lavorandoci, non appariranno direttamente visibili sul terreno dell’opera/operazione bensì, come le mitiche vie dei canti raccontate da Chatwin, potranno piuttosto, e si spera, essere evocate dall’esperienza estetica dell’oggetto finale nel suo svolgersi e accadere. L’esperienza che il pubblico è chiamato a farne; e che da qualche parte, poeticamente, dovrà scoprire le ‘spalle’ dell’opera. In altri termini, la mostra funziona in quanto opera d’arte totale se il visitatore riuscirà a rinvenire una di quelle linee che gli artisti§innocenti hanno tracciato (e poi cancellato) nel corso della costruzione della mostra, e che ora sono soggiacenti alle opere esposte, oggetti, azioni e performance, all’atmosfera del luogo/sito, allo scorrere del tempo dell’happening, ai momenti pregnanti o ai buchi di senso, alla partecipazione distratta o concentrata, voluta o involontaria del pubblico.

Ciò non è detto che avvenga. Non è detto che l’ultimo atto dello spettacolo riveli in trasparenza i suoi appassionanti precedenti; o che la tela di Pollock racconti sempre l’originaria danza creativa del pittore. è anche possibile che l’oggetto finale di tanto operare e fluire di sudori, esperienze e concetti, sia semplicemente una terra fangosa. Pollock è così difficile da imitare.

04 helia artisti innocentiL’impensato e l’imprevisto. Quando si realizzano progetti che arrivano a coinvolgere più di sessanta artisti, chiamati per un giorno ad affollare e sovrapporsi in uno spazio e una durata temporale le cui dimensioni non sono poi così definite, allora l’imprevisto fa parte del gioco; soprattutto se si lavora senza finanziamenti e in totale indipendenza da gallerie e istituzioni. Può accadere che alcune opere siano più ‘pesanti’ del previsto (e lascio indeterminato il pur fondamentale concetto di ‘peso’), o che non c’entrino niente l’una con l’altra; oppure che sopraggiunga un limite tecnico non calcolato, imponendo il ricorso a soluzioni alternative; o banalmente che qualcuno si ammali o che rinunci a partecipare, magari intimidito o infastidito dalla complessità di una situazione che fino all’ultimo manca di configurazione. In fondo, a ben guardare è proprio nell’imprevisto l’anima dell’operazione attuata da artisti§innocenti: la censura su ciò che è prevedibile ed esprimibile in anticipo. Un certo significato dell’operazione, o suo fantasma, sarà chiaramente pensato e immaginato già in partenza, ma non per questo declinato in forme specifiche e concrete una volta per tutte e a scanso di ogni futura modifica. La possibilità dell’imprevisto è il rovescio della disponibilità senza preconcetti ad accogliere ciò che viene: sia dal luogo/sito che dagli artisti e dalle loro opere. Ricordiamo che la posizione occupata da artisti§innocenti è tra il luogo/sito e le persone che vi opereranno; e questa posizione è in sé un agire artistico che annovera la mediazione tra le sue tecniche e l’imprevisto tra le sue risorse o vie di fuga.

L’imprevisto mira cioè a tradursi in impensato: quel quid dell’happening non controllabile a priori e che solo potrà darsi quale ‘miracoloso’ accento del fatto artistico nel suo accadere. Tanto l’imprevisto ha, sul piano progettuale della mostra, quel certo senso di complicazione indesiderata, quanto l’impensato ha, sul piano fenomenico, un valore di felice epifania.

L’impensato ovvero una specie di grazia che, come uno spiffero, potrà arrivare da una delle porte, finestre e botole dell’evento espositivo che saggiamente siano state lasciate aperte, portandoti a scoprire, in quell’intrico potenzialmente illeggibile di oggetti e di azioni, significati di una precisione e bellezza non scontate. Anche qui, dall’imprevisto all’impensato, è all’opera un processo di metamorfosi che è il vero cuore di un metodo ideativo il quale, se da un lato rischiosamente si affida alle libere scelte operative delle persone coinvolte, dall’altro è capace di una sua lucida misura organizzativa, e una volontà tenace nel perseguire il fine della messa a fuoco e attuazione di una certa idea di situazione estetica, di mostra o di happening.

E questo metodo ideativo curatoriale dal carattere ambiguo, che finge un’improvvisazione che non c’è e che in realtà ha il sapore di un omaggio (superstizioso, più che religioso) agli avi dadaisti e agli idoli di fluxus; questo metodo che, senza coperture morali o finalità benefiche, ha il coraggio di affrontare spazi espositivi che sulla carta non promettono nulla di facile, assecondando uno spirito di contaminazione tra arte e contesto extra-artistico che ancora venti anni fa godeva di chiari passaporti teorici, ma che oggi rischia di finire incompreso e confuso con le tante iniziative che sanno più di pro loco che non di site specific; questo metodo deve molto alle personalità dei membri del collettivo artisti§innocenti; alle singole sensibilità artistiche, certamente, ma anche alla capacità di intessere relazioni con i molti altri, artisti e non artisti, coinvolti nelle operazioni espositive, ricercando con essi affinità e differenze, e affezionandosi tanto alle une quanto alle altre.

Tale capacità è da considerarsi un autentico strumento estetico: una tecnica che ha la forza di innescare meccanismi creativi e provocare la realizzazione di opere (non solo situazionali) che si devono esclusivamente alle occasioni materiali poste in essere dal collettivo. Infatti, se esiste un’estetica relazionale degna di questo nome ormai quasi ‘burocratico’, quella è la pratica de-curatoriale (chiamiamola così, per comodità…) con la quale gli artisti§innocenti costruiscono tali situazioni artistiche a ricca partecipazione. Sicché gli artisti chiamati a partecipare, e a cui inizialmente non si danno che poche coordinate di contenuto e quasi niente di misura, si sentono in realtà chiamati a un’intesa di spirito, e alla ricerca (a volte disperante) di una complicità o di un agio (e disagio) condiviso.

E che la pratica curatoriale sia sviata dalle sue modalità consuete, è evidente anche nelle etichette che titolano le varie contribuzioni, e dove la parola ‘cura’ non compare mai:

FUORI TUTTO – Campionario Estemporaneo d’Arte / un progetto di artisti§innocenti per il primo piano di MAS — Magazzini Allo Statuto Roma

in vivace collaborazione con: Anna Cestelli Guidi, Direzione Annunci e Confezioni; Helia Hamedani, Responsabile Correlazione Ludica; Roberta Melasecca, Caposezione Volantinaggio Mediatico; Giorgio de Finis, Immagazzinamento e Rendicontazione Immagini Evento; Carlo De Meo, Cartellonista Elettronico

C’è evidentemente del talento nel trasmettere passione per un’idea (l’happening, la mostra,…) che in partenza è solo un’intuizione proteiforme; c’è simpatia, stile e carattere, nell’affermare l’urgenza di una risposta da dare quasi a scatola chiusa; e c’è il legame con gli artisti e gli altri curatori e collaboratori che volta per volta sono interpellati, la stima reciproca costruita negli anni, e l’amore sincero (e divertito!) per il sudore artistico. Tutte qualità condivise in diversa forma dai membri del collettivo, ma che sono ispirate da colui che si può considerare l’anima del gruppo, ovvero Giami Piacentile.

Il modo come Giami Piacentile convince un solitamente misurato Mauro Folci, ad installare due opere anziché una sola, essendo che la seconda gli sembra più diretta e ‘acchiappante’ per il pubblico distratto dei grandi magazzini, mentre la prima è bella, sì, ma forse un po’ difficile e di presenza poco apparente; quelle battute che sottintendono rispetto e conoscenza del lavoro dell’altro, ma nello stesso tempo, con un’insistenza ironica e mite, accampano le ragioni estetico-pratiche dell’impresario circense, fino ad averla vinta: ecco un piccolo esempio di estetica relazionale. Ma è davvero solo un piccolo esempio: quella dell’impresario circense non è che una scorciatoia per ottenere quel che a tutti i costi si vuole e che si ha chiaro in mente, pur senza averlo previsto né forzato in forme predefinite. Paradossi dell’agire estetico.

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Il luogo prima e dopo il sito. Fuori Tutto si è svolto su un intero piano dei grandi magazzini Mas, infine svuotato dopo mesi (anni?) di estenuanti svendite per minacciata definitiva chiusura. Ormai nessuno ci credeva più, ma pare invece che stavolta la chiusura sia reale e così prossima che gli artisti§innocenti hanno dovuto sbrigarsi a mettere in atto il progetto: due mostre nelle vetrine e, appunto, l’happening di domenica 18 settembre, aperto e anzi spalancato a una quantità di artisti che solo sul volantino pubblicitario trovavano un ordine (alfabetico) e una certezza numerica (peraltro rivista dal momento che alcuni artisti poi non sono comparsi e altri, invece, comparivano nelle vesti di partecipanti improvvisati e perfino inconsapevoli; quando si dice l’opera aperta al pubblico…). Entrando si veniva colpiti (o ‘smarriti’) da una tale quantità di stimoli che bisognava arrendersi subito oppure tornare indietro: tra numerose autentiche opere d’arte e altrettanti oggetti sospettabili di esserlo; elementi originari del luogo stesso, presi e spostati e inclusi nelle opere, oppure invece lasciati così com’erano e dov’erano, fossero pure ferraglia arrugginita; odori acidi e stantii, propri di un luogo a lungo abitato e consumato, e odori immessi ad hoc, delle vernici sul muro e le vetrate, o di un getto di piselli scongelati che piano piano puzzavano fino all’insopportabile (verranno a un certo punto ‘disarmati’ con un telo di plastica…); e un aggirarsi di persone che facevano e parlavano, fra le quali solo in un secondo tempo si distinguevano gli artisti, i performer e il pubblico…

Chi ha avuto l’occasione di visitare lo spazio prima di un iniziale accamparsi, nello spazio, delle opere progressivamente portate o realizzate in loco, avrà potuto certo fare la tara all’enciclopedico accumulo di elementi di ogni tipo, tutti potenzialmente ascrivibili al novero delle opere o degli interventi contestuali. Ma dal momento che i primi a metterci piede sono stati proprio gli artisti§innocenti, è cominciata da subito, e prima di ogni sguardo esterno, la manipolazione di quello spazio desolato.

Che cosa c’era prima e che cosa, nello spazio, è stato immesso?

La polvere era senz’altro lì da prima; e così anche la spessa lanetta grigia che percorre buona parte del perimetro della moquette, variamente macchiata e muffosa. Le scale mobili non più funzionanti, che portano al piano di sopra, dove non c’è luce e che all’inizio è totalmente vuoto. Una decina di spalliere d’acciaio con rotelle, servite per appenderci gli abiti, e il relativo mucchio di stampelle di plastica delle misure più varie. Poster pubblicitari con modelle sconosciute, e altri con facce più note, messi sotto cornice, dietro un vetro rotto, o scivolati per terra e ricoperti di polvere… (Alla prima visita, due settimane prima del 18, sono attirato da un adesivo che reclamizza una marca di jeans. C’è su la faccia di James Dean, stile dipinto iper-realista degli anni settanta. Lo raccolgo, deciso a portarmelo via, come ricordo. Ma il grasso della polvere è tale che rinuncio al reperto.) Autoctoni certamente e sparsi un po’ ovunque, gli elementi sagomati degli scaffali dove un tempo era esposta la merce, e che una volta smontati hanno lasciato sulle pareti evidenti segni di buchi e ombre. Ma già quelle pareti insinuano il sospetto che non di buchi qualsiasi si tratti, bensì di piaghe eseguite ad arte nell’intento programmatico di sfigurare l’intonaco dal colore spento e d’altri tempi, che così bene si presta a far da metafora e richiamo a certe pareti domestiche dell’infanzia italiana del dopo boom… Sarà così? Sarà davvero che qualcuno degli artisti si sia scagliato contro le pareti lasciandovi quei segni drammatici? Non si sa. Ma è questo il sentimento, vagamente diabolico, che pian piano prende il visitatore: vedrà l’artificio dappertutto, anche dove si tratti soltanto di natura e architettura. L’effetto della deformazione ambientale innescata dagli artisti§innocenti.

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foto: Paolo Landriscina

I carrelli di formica, che una volta contenevano in vendita cumuli di indumenti e biancheria, adesso contengono una varietà di oggetti che, se non sono strumenti di lavoro quali martelli e chiodi e taglierini e nastri adesivi, sono allora oggetti in attesa di trovare un posto definitivo nel panorama che sarà l’esposizione: un pacco di carta dorata; scatole di colori e articoli da cartoleria; un vecchio televisore; i cartelli fluorescenti con su scritti a pennarello i prezzi degli articoli in vendita, dai caratteri che mimano lo strillo dell’ultima promozione; grandi rocchetti di nastro da regalo bianco e un soffice cumulo di riccioli dello stesso nastro, ‘avanzo’ di una performance memorabile degli artisti§innocenti, che aveva avuto luogo qualche mese prima, all’Auditorium, in occasione della mostra Sound Sense dedicata a Fluxus… Fuori Tutto, letteralmente: tutto esposto, tutto visibile, tutto nella disponibilità della propria forma, anche quando priva di funzione o di senso. Arriverà qualcuno degli artisti a trovargliela, prima o poi, una funzione.

Alla seconda visita, alcuni cambiamenti significativi annunciano già il carattere della futura giornata di happening. Le stampelle, prima sparpagliate, ora sono composte in forma di arco che si staglia su di un tavolo, alla maniera di una scultura nouveau realisme. Anche gli elementi d’acciaio degli scaffali, appoggiati per terra in modo apparentemente casuale, in realtà stanno a definire il territorio di una parete vuota occupata soltanto dalla foto quadrata di un fiore lussureggiante: è il lavoro di Donatella Landi. E i numerosissimi cartoncini con i prezzi ora ricoprono, come psichedelica carta da parati, le pareti esterne di due camerini: è uno degli interventi di Daniele Villa.

Anche le pubblicità sono state raccolte e sistemate in uno sgabuzzino, un camerino in cui Ali Assaf realizzerà il suo lavoro impiegando in parte quelle vecchie foto e in parte un campionario di scritte in arabo, appena smontate dalla vetrina in strada dove si è svolta già una prima mostra. Sempre dalle vetrine e provvisoriamente accatastate una sull’altra, provengono le lapidi tombali esposte da Iginio De Luca, a celebrare la morte della merce, con le scritte prelevate dai cartelli sugli scaffali dei grandi magazzini. E su una lunga parete d’ingresso, grandi e meno grandi stampe di vari artisti si ricavano una visibilità sovrapponendosi ad altri pre-esistenti manifesti pubblicitari, in parte drammaticamente laceri, da cui emergono le facce toste di un modello e una modella che sorridono nel solito modo sexy plastico, reclamizzando non si sa più cosa: ma il totale è quel che conta; e il totale, se rifotografato ad altissima definizione e poi stampato in scala 1:1, offrirà alla lettura abbastanza informazioni su arte e non arte da sembrare proprio un gran pezzo da museo di Jeff Wall o di Candida Höffer, perché no?

Insomma, alla seconda visita, quel che prende forma è un caos in via di soluzione e che promette opere a venire. Ma non è affatto detto che la promessa debba tradursi in qualche realtà effettuale; anzi l’invito è forse proprio a considerare la promessa quale unica realtà. Guardandosi intorno, e avendo individuato quello che sembra la promessa di un’opera che verrà — per esempio, vicino ai finestroni, alcuni mucchietti di vetri rotti stranamente allineati; oppure, addossati al muro, una vecchia sedia scassata e sormontata da un tavolino — uno pensa: la prossima volta che vengo, qui ci trovo l’opera; la prossima volta la trovo; la prossima volta… Poi magari trovi tutto come prima, e i mucchietti di vetro li aveva disposti un commesso molto tempo fa e nessuno degli artisti ha poi pensato di appropriarsene a vantaggio dell’opera. Ma va bene così. Mica tutto dovrà essere arte a tutti i costi! Anzi, è già un enorme risultato, fra gli altri, l’aver confuso il limite tra dato reale e artificio artistico; e aver lasciato nell’anonimato solo alcune opere, sottraendole ai cartellini con i nomi degli artisti, è stata una mossa (prudentemente) coerente con quello spirito che vede nel tutto la funzione unica del dettaglio.

Proprio grazie a questa ricercata confusione tra opera e non-opera, il comune sentimento estetico si risveglierà ponendosi delle semplici domande; le benedette domande del tutto inutili, le quali però, la domenica mattina a spasso con gli amici e la famiglia, funzioneranno, si spera, come puntine da disegno sotto il culo del comune senso artistico.

L’ossessione del pieno, del tutto artistico, del ‘dove ti giri compare una creazione’, è una delle cifre di Fuori Tutto, suo prezioso valore e, come dannatamente avviene per tutte le virtù, anche il suo pericoloso limite. La domenica pomeriggio, dopo le quattro, nel gran pienone delle visite, le voci, i saluti, tutti e dovunque a performare, a lavorare alla collettiva distrazione e seduzione, e guarda qui e guarda là, e chi ci è e chi ci fa, a un certo punto Fuori Tutto sembrava una carta scarabocchiata e per di più slavata, da tutta quella pioggia che fuori rovesciava e che faceva sì che tutti si rimanesse dentro, al riparo e senza andirivieni, senza un pezzo di vuoto, accidenti…

Ma prima di allora, l’impensato è accaduto e non è durato poco. È stato per esempio la mattina, già dopo l’apertura dei grandi magazzini. Non si era ancora finito di sistemare le ultime cose, ancora c’era chi incollava e spostava, ed era impossibile capire se si era nella coda dei preparativi o se invece tutto fosse già iniziato. La gente del quartiere a passeggio, o i clienti dei grandi magazzini che si spingevano curiosi al primo piano, non erano respinti dalla folla chiassosa e wow-wow delle inaugurazioni, ma invece accolti da un’atmosfera imprecisa e fluttuante e vagamente ebbra: la grazia ricercatissima di Fuori Tutto. Era come muoversi in un acquario denso di presenze attraenti e oggetti dal richiamo irresistibile; un mondo alterato che si rallenta offrendoti dettagli curiosi, intelligenti spunti di riflessione e paradossi ai quali non si crede. Potete credere a un uomo e una donna che con le mani in tasca alle dieci di mattina dentro Mas conversano e si punzecchiano sulla filosofia di Socrate e Platone, come se al bar parlassero di calcio? O a una tizia che da dietro l’uscita di sicurezza non la smette di leggere per ore e ad alta voce brani di conversazioni allucinanti e poetiche? O in uno spoglio surreale camerino un piccolo televisore che, con lo schermo rivolto contro lo specchio, manda immagini di pin up degli anni ’60…

Ecco alcune perle di questo acquario domestico grande (più o meno) come un abisso.

Petra Arndt e Franco Ottavianelli, Uomo vitruviano. I dialoghi filosofici in aspetto sportivo, ovvero le chiacchiere socratiche della domenica mattina da Mas, sono spiazzanti in virtù dell’orario, del contesto e anche del tono di voce, scanzonato e pronto alla battuta, che riveste un contenuto filosofico altrimenti serio e colto. è un esempio chiaro di dandismo, che fa a meno persino dell’eleganza e della distinzione nel vestire, avendo introiettato la società di massa, ma che, per definizione e con un risultato ancor più paradossale, non potrà rinunciare alla raffinatezza della parola, allo sfasamento tra situazione e comportamento, all’enfasi gratuita sulla banalità, come neanche all’effetto buffo a cui è condannata l’astrazione filosofica all’incontro immediato della cruda quotidianità.

08 heila arndt ottavianelli uomo vitruvianoSi tratta di un dandismo che tende al confronto partecipato e all’inclusione dell’altro nei propri paradossi e giochi stralunati. In esso è prevalente la vocazione a tessere discorsi, in apparenza occasionali e spontanei ma che in realtà sono studiate ragnatele in cui l’ospite attratto nel dialogo, qualcuno capitato lì per sbaglio, si troverà catturato e fatto oggetto d’interesse, di domande, di confidenze e di provocazioni.

Come accadeva in ‘Provini’, un’azione realizzata nella serata teatrale di Naked Lights, quando Petra e Franco sottoponevano le persone a un’intervista paradossalmente mirata a testare l’idoneità a far parte del pubblico del teatro. Se superavi l’intervista, allora entravi; sennò, uscivi dal teatro. O come accade in una delle azioni di Petra in Fuori Tutto, quella di ‘attaccare bottone’, ossia letteralmente girare tra la gente con ago e filo e una riserva di bottoni, convincere qualcuno a farsi cucire addosso un bottone (“è un bel bottone, no?”, chiede a una ragazza a cui ne ha appena appuntato uno sul lembo della camicia) mentre si fa dire chi è, cosa fa, che relazione ha con i grandi magazzini Mas, se ci siano o no dei ricordi legati a quello spazio.

Il gusto per il dialogo e la disinvoltura nell’approccio, che ambiguamente sta a metà strada tra la manipolazione dell’altro e il sincero desiderio di metterlo a proprio agio e di far sì che il contatto funzioni e sia creativo, è quello che anima un’altra azione, più complessa e ispirata nientemeno che a Leonardo, dove le spalliere d’acciaio porta-abiti dei grandi magazzini fungono da strutture utili a ricreare, performativamente, l’uomo vitruviano; per questo ci vorranno due persone disposte a partecipare, le quali — tra la storia dell’arte raccontatagli da Franco come una storielletta domestica e Petra che con il metro da sarta gli prende le misure degli arti verificandone l’armonia — si ritroveranno a un certo punto in posizione ginnica, uno dietro l’altro, fotografati come nel disegno di Leonardo. Si tratta di un gioco: buffo e divertente, finché una vena di surrealismo non arrivi a schiacciare il piano reale sotto il peso dell’assurdo.

Stefan Nestoroski, As you like it. I camerini dei grandi magazzini non sono mai posti comodi, né arredati oltre la necessità di uno specchio e di un appendiabiti. Sono altresì luoghi di una intimità provvisoria e asfittica con se stessi, il tempo di provarsi l’abito, verificare la taglia e osservare per poco allo specchio la propria immagine. Spazi di un narcisismo forzato e a tempo determinato, in cui misurarsi un abito diventa un’esperienza che, se ci pensassimo un po’ troppo, rischierebbe di aprirsi ai suoi latenti risvolti psicologici, risucchiandoci in un vortice di ansie d’apparenza: se l’abito è troppo grande, stretto oppure giusto; se ci dona o non ci dona; se sia imperfetto l’abito o il nostro corpo; se ci rispecchia o invece ci costringe; se agli altri piaceremo così vestiti, se ci riconosceranno; se saremo quello che vogliono; se l’abito sarà adatto all’occasione; se noi saremo adatti 11 stefan nestoroski as you like it 02all’occasione… Fondamentale lo slittamento dei significati tra i molteplici sensi in cui si sfalda la semplice operazione di svestirsi, misurarsi e rivestirsi, che è la condizione dell’individuo nel camerino spogliatoio. Un rispecchiamento multiplo dove si perde di vista il corpo, origine materiale dell’immagine riflessa, e le parole, di potenza in potenza, di vestito in vestito, in realtà tendono alla definitiva e impossibile nudità del sé.

Il lavoro di Nestoroski in Fuori Tutto consiste in un piccolo televisore, poggiato a terra all’interno di uno dei camerini, con lo schermo rivolto allo specchio, e addossato ad esso in modo da negare allo spettatore uno sguardo diretto, e anzi rendere quasi impossibile la visione. Sullo schermo passano le vecchie immagini di spogliarelliste degli anni ’60, filmini da peep show a colori, con le inconfondibili tinte sature e moderniste, montati dall’artista in un blob in cui si susseguono volti, gesti, vestiti, corpi e dettagli di una stessa operazione, unica e plurale, come in un caleidoscopio.

Il camerino in disuso, senza più una porta né tendina, svuotato e malinconico, sembra ormai il puro ricordo di ciò che è stata la sua funzione, e le immagini che vi sono state collocate dall’artista, appaiono da un lato come la sintesi ideale del significato di ogni spogliatoio — mostrarsi alla camera da presa come mostrarsi allo specchio e negare/negarsi l’immagine diretta e impossibile di se stessi — e dall’altro come un allusivo flash back vertiginoso della memoria decennale di quello spazio angusto.

Federica Santoro, Una giornata spensierata. Dietro la porta spalancata di un’uscita di sicurezza, nell’angolo semibuio di un pianerottolo da cui si accede alle aree di servizio dei grandi magazzini, una donna seduta a un tavolino legge un testo stampato su un certo numero di fogli A4. Il contesto è così trascurato e secondario che viene facile pensare a certe cantine o soffitte di case abbandonate o, addirittura, a una larga intercapedine dove risieda una voce intima e nascosta, forse la coscienza di un luogo. Zone fuori scena, in cui si è attirati proprio dalla voce che ne proviene. Si tratta di una voce che assume forme e caratteri differenti, potendo sussurrare e urlare nel giro di un solo minuto; la freddezza e il distacco di una descrizione neutra e impersonale; e poi l’accensione di un’interlocuzione improvvisa e psicotica. I testi letti non hanno una coerenza narrativa né linguistica: emergono riferimenti a persone e a storie di cui non si sa niente; si passa da ciò che sembra essere un verbale, a ciò che invece ha la forma di una confessione; ci sono anche dei momenti in cui la voce sembra effettivamente riferirsi al contesto di enunciazione, il tu e io, il qui e ora dell’angolo semibuio di Mas, dove i visitatori della mostra si fermano ad ascoltarla, a piccolissimi gruppi. Il discorso ha un andamento frammentario, nell’allontanarsi da un significato comprensibile e poi nel ritornare, più chiaro, ad aggrapparsi alla situazione concreta, mostrando una breve coerenza e plausibilità. La voce dice continuamente qualcosa, pronuncia parole ma è come se non parlasse di niente. In questa voce c’è una totale rottura tra dire, pronunciare e parlare. E questa rottura non potrebbe essere più drammatica in un luogo diverso da questo, dove gli strappi alla moquette e le crepe ai muri sembrano adesso un completamento scenografico a quella voce; sembrano costruiti intorno alla voce, arrivata lì prima di tutto il resto. La voce ha imposto al luogo la sua legge teatrale e il senso terribile del delirio.

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Riporto le parole di Federica Santoro che spiega, in un appunto, il suo intervento a Fuori Tutto: “…una micro ricerca mia performativa sulla persistenza e sull’impermanenza nell’azione scenica e vocale. A Mas ho iniziato il percorso di una serie di performance esperienziali improvvisate che farò anche in futuro. Si sceglie una modalità aperta di stare, delle possibilità minime spettacolari di azioni; si persiste su alcune infinitamente; altre le si elabora in un attimo; si cristalliza il fatto, lo si guarda e poi lo si fa scomparire senza sofferenza. Una serie di accadimenti.

Volevo stare lì 10 ore e capire cosa mi sarebbe successo al livello di stato emotivo creativo di azione. Sono rimasta solo fino alle 16. Chiaramente è un tipo di lavoro che vive e si emana dal silenzio e dallo spazio. Dalle 16 non c’erano più i giusti attributi o almeno uno di essi su cui poggiarmi. I testi erano davvero degli appoggi, la questione centrale era cosa succedeva tra un accadimento e l’altro, la zona ignota, e come questa mi portasse a fare qualche cosa, a mettere in moto un accadimento, a vedere cosa succedeva di esso, anche il più semplice, per esempio muovere una mano, annunciare che avrei semplicemente mosso una mano, e come l’avrei mossa, farlo, dire mentre lo faccio etc…

Ho portato con me vari testi, alcuni miei scritti, in una finta forma di monologo o dialogo su vari temi e microtemi, scene da un Piccione è seduto su un Ramo e riflette sull’esistenza, di Roy Anderson; un’intervista di David Sylvester ad Howard Hodgkin; frammenti del Nipote di Wittgestein di Thomas Bernhard; una intervista ad una scienziata che lavora con le cavie, con i topi, di cui ho perso le tracce del nome… In effetti perdere le tracce è una delle questioni, perdersi… Alcuni testi non li ho usati, ma erano lì nel pacchetto in potenziale,… Non li nomino tutti perché non sono la cosa fondamentale sebbene mia ancora di salvezza. E poi avevo una radiolina con registrata una canzone di Karen Mantler dal titolo Nothing, registrata tre volte: la prima distorta, la seconda meno, la terza a basso volume.”

Il vaniloquio di Federica Santoro è una delle presenze beckettiane a Fuori Tutto. L’altra è la delicata e ultralinguistica performance di Luca Miti.

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Foto: Paolo Landriscina

Luca Miti. In due modi Luca Miti è presente a Fuori Tutto: ritratto in un fotoromanzo di Mauro Folci in cui l’artista e il musicista sono protagonisti di una breve performance che ha la forma di una parabola filosofica (“in realtà lei suona abbastanza male!” / “Lo so suono male ma non voglio suonare meglio” / “ah se è così allora va tutto bene”); e poi in carne ed ossa quando, al pomeriggio, nel bel mezzo della vivace festa, tra voci che si sovrastano ed eventi che si sovrappongono, egli arriva con il suo strumento (una pianola a soffio che, precisa Miti, è di quelle suonate dai bambini) e una sola pagina di spartito; cerca una sedia e un leggio, e dopo averli trovati si sistema in un angolo e per pochi minuti diffonde una musica tenue e frammentata in due o tre parti, un’armonia seriale di poche note soffiate, ripetute. Nel volume affollato e in tutti i sensi pressante, la raffinata presenza sonora di Miti creava intorno una bolla di atmosfera rarefatta, in cui tutto il resto sembrava sospeso e delicatamente distanziato.

Si aveva l’impressione che la musica infine prodotta, pur nella sua profonda alterità rispetto a tutto il contesto di esecuzione, fosse come livellata a una serie di elementi di cui facevano parte: i rumori d’intorno, le voci, lo spartito, il leggio, la pianola, l’astuccio della pianola, la sedia, la calma di Miti, l’attesa, gli occhiali, le dita sui tasti, le parole per dire: “continuo ancora un poco, poi basta…” (o qualcosa del genere). La musica era il filo che legava tutto il resto: un corpo tenacemente aereo.

15 mandolini naked lights 010203Rita Mandolini, Radice / Non puoi avere l’ultima parola. In Fuori Tutto, Rita Mandolini non c’era; ma la sua performance per Naked Lights, un anno prima, condensava nel miglior modo il senso del rapporto tra opera e luogo, così come sviluppato da artisti§innocenti in quella e altre occasioni: occupazione totale e dialogica del luogo; trasformazione del luogo in sito; metamorfosi poetica del luogo.

Nel teatro, Mandolini aveva scelto due postazioni simbolicamente fuori scena per altrettanti lavori che avevano l’aspetto di una comunicazione segreta e intima. Nella prima azione (Radice) l’artista era nascosta nella soffitta al di sopra di un corridoio secondario, che conduceva agli uffici del teatro, e da una botola lasciava scendere un sottile filo di liquirizia che disturbava appena il passaggio delle persone. Chiunque passasse poteva scegliere di fermarsi e tagliarne un pezzo o di passare oltre, ma in ogni caso si era costretti a compiere una scelta: sprovvisti di una qualunque spiegazione, si poteva arbitrariamente considerare quel filo come un’offerta da accettare, l’inizio di una comunicazione, un segno da interpretare, l’opera, il dialogo; oppure un intralcio da scansare, un fastidioso nulla. La botola da cui si originava quella radice filiforme, muta e profumata, da un altro punto di vista era una trappola, di natura linguistica ed estetica: una trappola rovesciata, dal basso in alto, in cui cadere equivale a sollevarsi, alzare la testa per capire da dove arrivi quell’invito; o forse un’esca per pesci ambulanti, quali sembravano essere i visitatori che affollavano il teatro alla ricerca delle opere ovunque disseminate.

Il sapore letterario di quest’azione, che richiama una narrativa di misteri e di simboli (la bambina nascosta in soffitta che manda segnali agli abitanti della casa; l’ambiguità dell’offerta; la comunicazione affidata a un filo, il filo di voce, la vocina, l’anima…), è rinsaldato dalla presenza, in uno dei camerini del teatro, di un barattolo pieno di miele in cui affondano, minacciosamente, centinaia di spilli. Il barattolo sta posato sulla mensola dello specchio ed è accompagnato da un cartoncino che riporta il titolo del lavoro: Non puoi avere l’ultima parola. è lì dove l’attore tiene i suoi trucchi e, prima e dopo lo spettacolo, vive una parentesi di totale intimità e strutturazione con il proprio personaggio. è lì, forse, dove si parla con se stessi quando la soggettività è un fatto di finzione. Non si può avere, con se stessi, l’ultima parola. La trasparenza densa e dorata del liquido è di nuovo qualcosa di seducente che però, stavolta, non promette nulla di buono, per via di quegli spilli che rendono impraticabile tanto la dolcezza quanto la cura implicata dal miele: si tratta infatti di una esplicita censura della verbalità; la quale, come ogni nutrimento, passa per la gola.

Il modo come questi due lavori occupavano gli spazi di servizio del teatro, trasformandoli in spazi scenici e drammatizzandone la funzione o la natura architettonica, non si può liquidare con la semplice formula del site specific. Il luogo, divenuto certamente sito, attraverso l’opera che vi è situata ha l’opportunità di rivelare le sue potenzialità poetiche, di dar luogo all’opera, ben al di là di una collocazione spaziale. Più che l’opera site specific, l’opera e il sito sono l’un l’altro meaning specific.

Pruno Gani, (Svendita di quadri?). Il significato più specific di quella domenica da Mas, era senz’altro quello, radicale e generoso, posto in essere dall’azione di Pruno Gani: una vendita di quadri ‘ritoccati’ che è durata dalla mattina alla sera, senza respiro da parte dell’infaticabile artista, totalmente (e ambiguamente) calato nella sua veste di gallerista (o di piazzista). Era accaduto che i proprietari dei grandi magazzini, avendo da troppo tempo in vendita all’ingresso un’offerta ‘stagionata’ di tele e carte incorniciate che nessuno dei clienti guardava mai con sufficiente interesse, avevano chiesto che fossero esposte tra le altre opere in Fuori Tutto. Speravano, i proprietari, di sfruttare l’occasione per sbarazzarsi finalmente di quel lotto così inadeguato a tutto il resto della merce presente in negozio, agli abiti da lavoro, alle magliette e giacche e mutande e strofinacci che da Mas fanno il grosso degli affari. E per questo si erano affidati a Pruno Gani, forse facendogli sentire un po’ il fiato sul collo o, chissà, minacciando di far saltare l’happening; in fondo loro avevano messo a disposizione tutto quello spazio, guadagnandoci nient’altro che 20 helia gani svendita di quadriuna pubblicità, quasi sicuramente superflua; sarebbe stato certo un modo carino di ricambiare l’ospitalità, quello di vendere quei quadri, neanche tanto cari, diciamo tra i 20 e i 100 euro, più o meno. Ma tale sospetto pare sia infondato: l’artista nega di aver ricevuto alcuna pressione e assicura che l’idea della vendita è venuta spontanea agli artisti§innocenti quando si sono accorti che la direzione di Mas, contagiata dalla febbre dell’arte, tirava fuori le proprie opere dai magazzini man mano che cresceva il pubblico di appassionati e di curiosi attirati dalle mostre in vetrina degli ultimi due mesi (Camerini e Nuovi Camerini, sempre per iniziativa di artisti§innocenti). Occorrerebbe certo approfondire il rapporto tra l’ospitante (Mas) e gli ospitati (artisti§innocenti) per poter capire fino a che punto la spontaneità di questi sia stata costruttivamente toccata dalla presenza forte di un luogo così strutturato, per non dire potente. Ma comunque sia, ricatto o non ricatto, Pruno Gani si è messo all’opera, offrendo ai visitatori di Fuori Tutto un’occasione davvero unica: si poteva acquistare uno dei quadri di Mas al prezzo dell’etichetta (fluorescente) avendo però in aggiunta, allo stesso prezzo, un intervento espresso (con relativa firma) di uno degli artisti di Fuori Tutto: un affarone che in molti non si sono lasciati sfuggire! E certamente un’azione che, quanto a implicazioni concettuali, va ben al di là dei Commissioned Paintings di Baldessari. Qui, infatti, non è più solo questione di autorialità in relazione alla fattura materiale dell’oggetto; ma c’è un ampliamento del dibattito che investe la vendita e l’acquisto del lavoro in oggetto, e i rapporti tra il venditore-incaricato (Gani) e il venditore-committente (Mas), e il fatto che Gani è a sua volta un artista che opera attraverso i lavori di altri artisti, non certo solamente in questo caso. La vendita perciò, diventata l’opera stessa di Pruno Gani, relativizzava tanto le opere originali, quanto gli interventi degli altri artisti sulle opere originali, in un significativo inabissamento dell’opera in se stessa compiuto dalla favella dell’artista, la sua fabula (l’opera narrata che egli svolge da anni) e la sua affabulazione (la forza circolare e seducente della sua parola). Pruno Gani-artista e Pruno Gani-venditore-di-fuffa.

Infine, non so neanche se questa ‘cosa’ della vendita fosse stata pensata per essere una performance oppure no, e non ne ho parlato con Gani. Ma nel momento in cui si pone la distinzione, essa mi sembra falsa: c’è forse differenza, nel caso di Gani, tra la ‘cosa’ occasionata e resa (disperatamente) urgente dalla situazione e una performance che mai verrà pensata, se non dalla e nella situazione? (Del resto, uno degli aspetti per me più intriganti del lavoro e della presenza di questo artista è la possibilità, che a volte egli ci concede, di una totale liquidazione dell’opera nel racconto a parole della sua genesi e sviluppo; nelle coordinate dell’esistenza quotidiana e con tutta l’ambiguità che ciò comporta.)

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artisti§innocenti nello spazio arte dell’Auditorium Parco della Musica durante la performance Sessione Riccioli… 2016 foto: Armando Moreschi

artisti§innocenti è un gruppo performativo a presenze variabili attivo dal 2007. Composto da artisti visivi e gente comune, il collettivo è nato per iniziativa di Giami Piacentile, Francesca Saracino e Vincenzo de Luca, sulla spinta anche di esperienze maturate in Germania (progetto Miracoli realizzato a Hildesheim) con Petra Arndt e con Davide Liuni. Rita Mandolini, Franco Ottavianelli, Carlo Massaccesi si sono aggiunti al gruppo in successive occasioni, così come, più recentemente, Daniele Villa, Riccardo Marziali e Pruno Gani.

Oltre agli happening Fuori Tutto (Mas, Roma, 18 settembre 2016) e Naked Lights (Teatro Tor di Nona, Roma, 18 giugno 2015), artisti§innocenti hanno curato le mostre Camerini e Nuovi Camerini, entrambe incentrate sulle vetrine di Mas.

Parallelamente a questi progetti aperti ai contributi di numerosi amici artisti, gli artisti§innocenti coltivano un’attività performativa ricca di episodi significativi, a partire dalla partecipazione, nel 2007, a Bord, festival di video arte e performance svoltosi nel Castello Svevo di Termoli, e nel 2008 a Ricreazione – Evento a 36°, presso il MLAC di Roma e a TAXXI, performance collettiva al museo MAXXI. Fra le attività più recenti ricordiamo: nel 2016, la performance Sessione Riccioli con Zampironi, Medagliere Fluxus e Marmitta, presentata nel 2016 allo spazio Arte dell’Auditorium nel quadro della mostra omaggio a Fluxus SenseSound, e Case da Viaggio presso la Nube di Oort; nel 2015 la performance Le Sette Meraviglie Del Mondo, Incancellabilmente negli spazi di Interno 14, Roma, e  le azioni presentate al festival Linea 0 alla Rampa Prenestina, dai titoli Giostra, Auree, La Pericolosa Palla di Fuoco dell’Architettura.

05 heila daniele villa massimo orsiFUORI TUTTO Campionario Estemporaneo d’Arte
un progetto di artisti§innocenti per il primo piano di MAS – Magazzini Allo Statuto Roma
in vivace collaborazione con:
Anna Cestelli Guidi, Direzione Annunci e Confezioni;
Helia Hamedani, Responsabile Correlazione Ludica;
Roberta Melasecca, Caposezione Volantinaggio Mediatico;
Giorgio de Finis, Immagazzinamento e Rendicontazione Immagini Evento;
Carlo De Meo, Cartellonista Elettronico.

Sono in servizio: Giovanni Albanese, Andrea Aquilanti, Gianni Asdrubali, Ali Assaf, Marco Baldi, Marco Bernardi, Simone Bertugno, Tomaso Binga, Carlo Caloro, Christian Ciampoli, Fabrizio Cicero, Mauro Cuppone, Alvin Curran, Tony Esposito, Mario Del Mare, Iginio De Luca, Carlo De Meo, Mauro Di Silvestre, Santino Drago, Lker Filomarino, Mauro Folci, Tancredi Fornasetti, Dario Ghibaudo, Mark Kostabi, Laboratorio Saccardi, Donatella Landi, Andrea Lanini, Myriam Laplante, Felice Levini, H.H.Lim, G&K Lusikova, Marta Mancini, Salvatore Manzi, Leonella Masella, Meletios Meletiou, Luca Miti, Veronica Montanino, Chiara Mu, Stefan Nestoroski, Andrea Nurcis, Massimo Orsi, Isik Ozcelik, Francesca 06 heila prezziPalombo, Branislav Petric, Luana Perilli, Pasquale Polidori, Luigi Puxeddu, Gioacchino Pontrelli, Paolo Ristonchi, Fiorella Rizzo, Guendalina Salini, Federica Santoro, Daniele Spanò, Lamberto Teotino, Luca Tilli, Franco Troiani, Valentina Vannicola, Luca Venitucci, Sergio Zavattieri

artisti§innocenti: Petra Arndt, Riccardo Marziali, Franco Ottavianelli, Pruno Gani, Daniele Villa e DRAGQUEENMANIA
La Karl du Pignè, Marlyn Bordeaux, Monique de Torbel, Phollia Hordinaria, Chantal Cheri, Melody Seller, Marlene de Pigalle, Trudy Strudel, Jessicah Boom Boom, Michelle Vegany Starbright, Caramella, Black Mamba

Gran finale cinetico: “The Show MaS Go On” di Rä di Martino

Per le fotografie di Fuori Tutto (dove non indicato diversamente) e la consulenza su questo post si ringraziano Helia Hamedani e Rita Mandolini.