Quali spettri?


Bernhardt_Hamlet2La nuova sistemazione della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ha suscitato molte polemiche e risentimenti, soprattutto da parte degli storici dell’arte. L’allestimento dal titolo Time is Out of Joint infatti, senza troppo spiegare o approfondire le conseguenze di un tale gesto, si sbarazza di ogni ragione storica, sia relativamente alle opere che alla collezione, mescolando tempi, scuole e correnti artistiche, e accostando le opere sulla base di criteri che sono diversi di sala in sala, e che nessun apparato curatoriale si incarica di esplicitare. C’è una evidente insofferenza per la didascalia e il pannello descrittivo, orpelli d’arredo e d’intelletto, e le opere sono date nella loro nuda presenza, a indubbio vantaggio del colpo d’occhio che si gode all’ingresso di ogni sala. Nelle ariose e luminose sale bianche, i nessi in certi casi si intuiscono immediatamente, in altri casi restano misteriosi; ed è come navigare per le pagine di google o forse, in sogno, lasciarsi andare alle associazioni e ai ribaltamenti che una coscienza intorpidita rilascia in libertà. Il più delle volte, va detto, si tratta di un inconscio ansioso di pulizia e nominalistico, che non fa altro che mettere le etichette anche quando fisicamente non le dispone sotto forma di titoli: ecco infatti la sala dei nudi distesi; e poi la sala delle rovine romane; poi le sfumature color della terra e tela grezza; poi la materia crudele dei tagli e dei rattoppi; poi le ninfee, quelle originali e quelle ispirate alle originali; poi, su un lungo tavolone radunati, un centinaio di bozzetti di sculture, come una folla di fantasmi, ognuno col suo cartellino d’archivio a tracolla, autore-titolo-numero d’inventario, ma in fondo anonimi impiegati dell’immaginazione museografica; poi una famosa ruota di bicicletta, che l’uso quotidiano ha ricondotto sullo sfondo di una veduta di villa Borghese; e poi la saletta della religione, opposta al salone della guerra; poi un quadro a olio di linee cartesiane, che si ribalta in un mare di pozzanghere quadrate, dove si specchia un gigante tutto nudo, il quale ha però il pene coperto da una foglia, che corrisponde in altezza a un’altra foglia, dorata, posta alle spalle su un grande quadro di spine d’acacia…

Si va così, coniugando e scivolando, un po’ per sogno, un po’ per logica; slittamenti, traslazioni, intersezioni… Sarebbe perfetto se il visitatore potesse aggirarsi per queste sale addormentato, come lo spettatore di Flaiano, il cui massimo godimento consiste nel non essere presente interamente e non capire, non catturare intellettualmente lo spettacolo. Vedere confusamente e non capire: innegabilmente, una forma di beatitudine.

Il titolo della mostra è tratto da Amleto; lasciato in inglese non già, come qualcuno ha rimproverato, per disaffezione alla nostra lingua o per provincialismo, ma invece in esplicito riferimento alla questione dell’intraducibilità di quelle precise parole sollevata da Derrida nel suo saggio Spettri di Marx. Più che di intraducibilità si tratta di una polisemia su cui il filosofo francese basa la sua rilettura del marxismo e della temporalità marxista alla luce della tragedia scespiriana: cosa significhi cioè l’avvenire di giustizia, una volta che il tempo, scardinato / sconnesso / disarticolato / fuori posto /…, sia sottratto al suo significato di successione lineare e teleologica. Come e quanti spettri (revenants) marxisti ritornino in un ‘presente’ che, come lo stesso Amleto, è tutto tranne che connesso alla sua genealogia.

Tuttavia, pagato il ricco tributo in forma di stringata e nominale citazione, Amleto con la mostra c’entra ben poco, e così anche gli spettri. Nel tempo storico scardinato, non si analizzano, come ci si aspetterebbe, i presunti spettri dell’arte italiana destinati a ritornare e a inceppare il tempo, facendo scivolare ogni con-temporaneità in dis-temporaneità e ridiscutendo le genealogie: ciò infatti avrebbe significato un confronto critico con la storia dell’arte, la quale, dal canto suo, non è certo superficialmente appiattita su una banale idea di linearità armonica e deduttiva. Ma neanche si segue Amleto nella sua terribile follia allucinatoria, che lo porta ad annullare le distanze tra l’esistenza e il sogno, spargendo negatività su ogni cosa, cioè letteralmente rovesciando ogni cosa nel suo negativo, essere/non essere, madre/non madre, figlio/non figlio…

Si può seguire Amleto su questa strada dovendo infine, per forza, decidersi per un qualche criterio che accosti le opere l’una all’altra? Il tema, il colore, la materia? La forma, la firma, il titolo? Eccetera? Il pericolo, sala dopo sala, è che Amleto ci scardini e sconquassi proprio quel mondo dis-temporale ma così tanto a modo, fatto di relazioni tra opere addomesticate l’una all’altra, e di buon gusto.

[E poi, comunque, è lo stesso Derrida che ci ricorda che Time is out of joint non si riferisce solo al tempo, ma bensì al mondo. Tempo, mondo e modo. Insomma, non c’è modo di allontanare per sempre gli spettri; ma neanche modo di far finta che non esistano, inventandosi nuove e ordinate corrispondenze basate su…]

[Secondo Nietzsche, per quelli come Amleto la strada è segnata e conduce al disgusto. Da cui poi ci si salva, artisticamente, attraverso “il sublime come repressione artistica dell’atrocità e il comico come sfogo artistico del disgusto per l’assurdo” (Nascita della tragedia, p. 56 Adelphi 1977).]

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