Ugo Piccioni, Crossworlds


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What is the Word, 2016, Led con intensità variabile e acrilico su tela, 81,5×51,5 cm (foto: Elio Castellana)

 

Sulla semplicità e radicalità di Crossworlds

di Pasquale Polidori

 

Crossworlds è un insieme di opere dalla straordinaria pulizia formale, che corrisponde felicemente all’asciuttezza di un unico e coerente metodo operativo, consistente nell’incrocio, prima di tutto mentale e linguistico, di due parole o di due piccole frasi sulla pagina bianca. In seguito, la pagina assume la natura di una tela ripetutamente sbiancata ad acrilico, oppure quella di una lustra superficie di plexiglass dal biancore latteo; e in questo spazio, così rarefatto da risultare innaturale allo sguardo, la parola si situa, componendosi in ordinati caratteri luminosi che, nella successione misurata dei led, ricreano geometricamente quella dislocazione astratta della lingua precedentemente pensata, facendo sì che ognuna di queste brevi frasi spezzate e intersecate — incrocio di concetti o gioco di parole — si muti in un epifanico abracadabra.

Si tratta di un esercizio dagli esiti puntualmente elementari i quali, proprio in questa lineare sinteticità, hanno qualcosa di definitivo e ineluttabile, che ci ricorda il gesto meditato di Lucio Fontana, quel taglio nella cui secca e brevissima durata vertiginosamente precipita il lentissimo girovagare del pensiero.

Certo, in Crossworlds non c’è alcun gesto della mano e qualsiasi riferimento al corpo è del tutto assente; in questo senso, è ovviamente più immediata la parentela con l’immenso lavoro di incorporea (de)materializzazione e ambientazione della lingua compiuto da Robert Barry (compiuto o, forse, tentato; dal momento che una totale incorporeità, seppure desiderata e rincorsa in fase progettuale, cede poi sempre il passo a un altro corpo, quello della parola grafica, ossia parola che si oggettualizza allo sguardo assumendo una forma materiale).

Tuttavia, se supponiamo un gesto del pensiero, un movimento plastico, l’attribuzione di pesi e di volumi a ciò che solo vive di inconcepibile trasparenza, ebbene quel gesto è tutto compreso nella semplicità disarmante di Crossworlds. Un gesto mentale, dunque: l’intersezione di due concetti, pazientemente messa a punto; l’armonioso e misurato intreccio deduttivo di una logica; il crocevia casuale delle parole che si rovescia poi in una deriva di significati necessariamente connessi; il lapsus, che letteralmente è uno scivolamento, ossia l’accadimento reciproco e involontario di una parola all’altra, dove però l’involontario non è che l’apertura del discorso all’avvento di un significato più profondo; l’innesto di due frasi di senso distinto, nella comune e paradossale (per il pensiero) materialità della fonetica e della scrittura. Sono questi i gesti che avvengono costantemente sulla scena del nostro pensiero e che costituiscono l’esercizio che dà forma alle opere di Crossworlds.

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Almost Nothing, and Yet Not Nothing, 2017, Led con intensità variabile su plexiglass, 59×72 (foto: Elio Castellana)

Ma affinché tale esercizio possa svelare tutta la sua natura filosofica, ossia l’essenziale e drammaticamente umana linguisticità della regola metafisica, occorre che i concetti siano scelti con la cura, poniamo, di un botanico nell’atto di procedere a un incrocio i cui effetti si sa già che saranno fatali: una volta incrociati infatti, i due concetti non saranno più gli stessi; o in verità saranno gli stessi più di sempre, ma ormai solo in virtù di uno scambio reciproco di posizione, per via cioè della comune giacenza, insistenza, appartenenza a uno stesso spazio speculativo, che qui è fisicamente la superficie ultra-bianca del quadro. Così, i concetti inscritti e coniugati nello spazio dell’opera saranno irrimediabilmente e reciprocamente correlativi: impigliati l’uno nell’altro, per assonanza fonetica o per ragionamento, per come sembrano o come profondamente sono, oppure solo per letteratura, in nome di una frase contenuta in una poesia di Beckett o in un libro di Peter Sloterdijk. Non è forse questo il modo in cui il pensiero avanza, da un discorso all’altro, con la parola che progressivamente assorbe e incorpora le nuove direzioni di se stessa, accumulando senso?

Il metodo di Crossworlds è semplice poiché risiede nella radicale possibilità di ogni ragionamento: un modo di curare i concetti e di condurli a ciò che gli è prescritto da un destino linguistico formale e filosofico; un modo di accerchiarli e stringere l’assedio intorno al loro significato, passo passo e con la fiducia nella forma che contraddistingue ogni lavoro artistico; un metodo che vede nell’estetica lo strumento rigoroso di una estrema attenzione al pensiero; e in definitiva un metodo che, come ogni riflessione, è un modo di continuamente distrarsi, allentando le resistenze e affidandosi alla deriva dei concetti, fino alla giusta intersezione delle parole, fra labbra e pensieri; che è come stare a lungo sul molo a vedere dove (precisamente) cozzano le barche, apposta liberate dagli ormeggi, per la sola forza delle onde.

Eppure, nonostante l’invito da parte dell’artista a concentrarsi sui concetti, letteralmente dando spazio alle parole e alla loro irresistibile e feconda vocazione combinatoria, chi guarda i lavori di Ugo Piccioni è prima di tutto catturato dall’incanto preverbale della luce che si diffonde dalle superfici in cui sono incastonati i led (l’accensione dello spazio speculativo ultra-bianco): una luce che chiede attenzione, come soglia magnetica dello sguardo; la soglia che si dovrà attraversare per giungere nella pienezza del concetto, e sulla quale poggia il piede ancor prima (e sempre prima) di conoscere le forme della casa. Questa soglia attraente è il riverbero di qualcosa che si può solo immaginare; la conseguenza ottica di un evento che, per il resto, è sottratto allo sguardo, anche quando il concetto si offra sotto l’aspetto visibile della parola grafica. Questa soglia conduce infatti in una casa dove tutto ciò che accade è già accaduto almeno una volta; la parola che, appena pronunciata, era già smaterializzata in qualche profondità della lingua, e da lì risaliva per il nuovo accadimento del senso…

Eccoli, infine, i concetti incrociati da Piccioni. Come due pietre buttate nel lago nello stesso medesimo istante, da cui partiranno intersecandosi le rispettive circonferenze di onde, che sono echi di un tonfo, del corpo e del peso della pietra a contatto con l’acqua, la pietra che noi non vediamo; così quella luce dev’essere risonanza della netta e tagliente congiunzione di due parole, nella lingua e nel pensiero.

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Borders and Boundaries, 2016, Led e acrilico su tela, 51,5×41,5 (foto: Elio Castellana)

 

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What Shall We Love?, 2017, Led con intensità variabile su plexiglass, 72×112 cm (foto: Elio Castellana)

 

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The Safety of Objects, 2016, Led e acrilico su tela, 51,5×41,5 cm (foto: Elio Castellana)

 

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More or Less, 2016, Led e acrilico su tela, 87,5×65,5 (foto: Elio Castellana)

 

Ugo Piccioni (Foligno, 1975) vive e lavora a Roma e in Umbria. Laureato in filosofia, ha approfondito lo studio della parola scritta frequentando corsi di scrittura creativa, pubblicitaria, giornalistica e cinematografica. Ha inoltre compiuto studi avanzati di musica e fotografia.

“Colloco concetti nello spazio fisico perché abbiano un impatto sull’osservatore, chiamato a partecipare all’attribuzione di significato. Rappresento i concetti attraverso il linguaggio, simboli o astrazioni. I miei lavori, siano essi opere luminose, stampe o installazioni, sono puliti, essenziali. La gestualità è assente. Le tecniche che ho sin qui utilizzato sono LED e acrilico su tela, LED su plexiglass, LED su legno, neon e acrilico su lino, acrilico e legno tagliato al laser su tela, legno tagliato al laser, pennarelli su carta, inchiostro UV su tela, inchiostro UV su carta. Uso pochi colori, in maniera simbolica. Nei miei lavori bianchi, il bianco è inteso come un non-colore, con l’intendimento di enfatizzare al massimo i concetti.
A partire dai miei studi accademici in filosofia, sono interessato ai concetti, per esaminare l’interiorità e il comportamento sociale delle persone, e interpretare il reale. Annoto nei miei diari parole-chiave, frasi, slogan, aforismi, pensieri, per averli pronti alla consultazione. Emergendo dalla continua analisi e sintesi di quel materiale, le mie opere sono memorandum di questioni fondamentali, levatrici del pensiero, incentivi per decisioni e azioni.” (Ugo Piccioni)

La mostra Ugo Piccioni Think Aloud, a cura di River of Trees, si è svolta nella galleria Curva Pura a Roma, tra Aprile e Maggio 2017. Per l’occasione è stato pubblicato un catalogo con testi di River of Trees, Giona Torli, Dario Antiseri e il testo di Pasquale Polidori qui pubblicato.

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Ugo Piccioni Think Aloud, vista dell’installazione da Curva Pura, aprile-maggio 2017 (foto: Marco Smeraglia)