oggetto sublime


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In queste immagini, girate nel museo, il sublime sta per terra, su un discreto pavimento in graniglia, un po’ scostato dal centro del corridoio e più vicino al finestrone. Di colore rosso, forma sferica e fatto di gomma; la sua superficie lucida riflette l’ambiente, ma non proprio del tutto, non come se fosse uno specchio, anzi: il sublime ottunde e confonde più di quanto non si immagini.

Un guardiano attende all’intoccabilità del sublime, che nella contingenza è messa continuamente a rischio, sia per volontà che per errore: vista la folla dell’inaugurazione, e l’ordinarietà oggettuale del sublime, può infatti accadere che qualcuno inavvertitamente urti il sublime col piede, imprimendo al sublime un movimento che di sicuro porterebbe il sublime a rotolare verso chissà dove…

Il viavai ininterrotto di persone non fa che sottolineare l’immobilità del sublime, mettendo in risalto la gravità assoluta e impensabile del punto rosso. Domanda: com’è che tutti questi corpi e vestiti e passi e braccia agitate nei gesti e nei saluti e anche fiati (si sente un gran vociare intorno al sublime), com’è che non sollevano neanche un filo d’aria che possa appena appena smuovere il sublime? Neanche un tremolio, zero oscillazione. Evidentemente il sublime ha un peso insospettato. O non l’avranno mica fissato al pavimento? Sarebbe una bestemmia…

Tutti passano e il sublime resta.

e il sublime resta; …solo il sublime resta; …mentre il sublime resta; …ma invece il sublime resta; …poiché il sublime resta; …perciò il sublime resta; …allora il sublime resta; …

Talmente lampante è la contraddizione tra i passanti e il sublime, che viene obbligata l’indagine delle congiunzioni, tutte indirizzate alla medesima questione di fondo, così vecchia e insolubile che insomma ci ha stufato, ma poi non possiamo proprio farne a meno, si vede: noi (e) il sublime. (Uffa?)

Ma è tanto più infantile quanto vano, esprimere insofferenza del sublime; o scetticismo. Snobbare il sublime è sciocco, e rivela tutta la frustrazione di chi, sentendo la propria impotenza, reagisce negando il punto rosso, nel ridicolo (più che assurdo) tentativo di annichilire il sublime, e così facendo usa la parola come un’alzata di spalle o uno sbuffo in faccia alla realtà. Sì, perché se esiste una realtà piena, gonfia, concreta e sconvolgentemente presente, quella è il sublime. Questo sublime qui, in particolare; il quale ci fa la grazia di essere indicabile passandoci vicino, e non è poca cosa. E allora dire che il sublime è una cazzata (s’è sentito anche di peggio, lungo quel corridoio…), o fare finta che non ci sia niente da guardare e niente da pensare, ebbene non migliora i nostri rapporti con il reale. Andare noi fuori dalla realtà pensando così di fare un torto al sublime? Liberissimi…

Le reazioni sono tante e l’umanità è varia. Chi guarda il sublime di sfuggita; chi lo osserva a lungo; chi ride del sublime e lo sfotte senza ritegno; chi non ci fa neanche caso; chi lo guarda quasi con imbarazzo, e poi sceglie una posizione non frontale per studiarselo un po’ in tranquillità, anche da dietro lo spigolo della sala adiacente; chi dice che il sublime l’ha già visto sui libri, sottolineando che l’ha visto solo sui libri e finalmente lo vede nella realtà; chi avendolo già visto a suo tempo, non ha voglia di rivederlo, oppure non vedeva l’ora di rivederlo, ma poi si chiede se era proprio quello il sublime, cioè esattamente lo stesso sublime in medesimo oggetto, e non invece lo stesso sublime in altro oggetto, sostituito a quello originale (si può fare una copia del sublime, certamente…). Fra i più giovani, si distinguono due posizioni enfatiche: chi considera quel sublime come l’unico mai apparso, o comunque l’ultimo che ci fu mai dato, e perciò si lascia andare alla straziante nostalgia di un tempo non vissuto (culto della memoria del sublime o del sublime mitico); e chi all’opposto guarda a quel sublime con la benigna e odiosa commiserazione che si riserva al vecchio nonno rincoglionito, lasciando intendere di averne visti ben altri di sublime che non quello, che ormai fa quasi pena o tenerezza (depotenziamento del sublime e storicizzazione del sublime relativo).

C’è poi chi parla col guardiano del sublime, chiedendo se lo si può toccare, e il guardiano non si spazientisce e a tutti ripete che lui è lì proprio esattamente per evitare la tale possibilità, poiché c’è gente sbadata, d’accordo, ma c’è anche chi lo fa apposta a toccare il sublime; chi non può sopportare il sublime; chi si rifiuta di intenderlo; chi non lo accetta proprio; e chi lo ama sia dal punto di vista intellettuale che dal punto di vista dei sensi (libido del sublime)…

Starsene per un po’ dalle parti del sublime in definitiva è un vero spasso!

 

 

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L’opera è visibile alla Galleria Nazionale (Roma) fino al 14 gennaio 2018 all’interno della mostra ‘è solo un inizio. 1968’ curata da Ester Coen.