Ketty La Rocca: di nuovo o finalmente?


La mostra in corso a Ferrara (Ketty La Rocca 80 — Gesture, Speech and Word; a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna; Padiglione d’Arte Contemporanea, dal 15 aprile al 3 giugno 2018) è la prima antologica realizzata in Italia a quasi vent’anni dall’Omaggio a Ketty La Rocca che nel 2001 ebbe luogo al Palazzo delle Esposizioni a Roma, e certo è la più ampia selezione mai presentata di lavori e materiali d’interesse biografico e insieme estetico. Ci sono tutte le opere più note dell’artista, raggruppate in due sezioni principali che danno conto rispettivamente della ricerca sulla parola (la poesia visiva, fra collage, cartelli segnaletici e lettere-scultura) e di quella sul gesto (la performance, il linguaggio delle mani e del viso, le craniologie e le riduzioni dell’immagine a parola per via calligrafica). Questa suddivisione di un lavoro di riconosciuta importanza, che nell’arco di appena un decennio ha prodotto opere ed esperienze sufficienti a testimoniare ogni tipo di approccio possibile fra le arti visive e la lingua (scrittura, oralità, comportamento, abito culturale, segno), è resa fluida dalla terza parola contenuta nel titolo della mostra, ovvero quello Speech/discorso che certamente sta per forma vocale e liquida della comunicazione, ma anche come assetto e ispirazione, continuamente rinnovata, di una indagine artistica coerente rispetto ai propri fini e motivi: il linguaggio come prigionia dell’umano, fra strutturazione morale e dimensione pubblica; e il corpo come unica e creativa via d’uscita da quella prigione. In particolare, occupano un ruolo preminente nell’interconnessione discorsiva delle singole parti, i documenti riguardanti la performance vocale di Le mie parole e tu… — che rappresenta l’approdo di un lavoro, inizialmente grafico e fotografico, a una forma linguistica effimera e durativa, attivata dalla sola presenza dei partecipanti all’azione — nonché il progetto e le istruzioni per una azione mai realizzata (In principio erat verbum, 1970-72 circa), un gioco-performance che qui a Ferrara prenderà finalmente forma il 3 e l’11 maggio. E poi i molti inediti qui presentati e messi a disposizione dall’archivio Ketty La Rocca di Firenze: un interessantissimo materiale che, da traccia di vita privata, muove verso l’appunto e lo schizzo destinati a dare avvio all’opera. Infine, ancora nell’ordine di una vitalità discorsiva ansiosa di contrastare l’impersonale regola linguistica, prezioso ritrovamento negli archivi della Quadriennale di Roma, lo straordinario video-documento Verbigerazione (1973), con Giordano Falzoni che si applica all’assurda e disumana lettura di dal momento in cui…

[Si è già scritto proprio di questo video in altra occasione; vedi: http://www.darps.it/a-proposito-di-nuovi-studi-su-ketty-la-rocca/ ]

Grazie anche a questi materiali, e per via di un allestimento quanto mai chiaro, disteso e in grado di suscitare allo sguardo immediati rimandi e riflessioni — bellissimi colpi d’occhio, le due ampie sale con i lavori disposti a gruppi, e, in fondo, gli ambienti più intimi, dove dentro le teche si dispiegano le carte (lettere, cartoline, gli inviti alle mostre come l’invito al matrimonio), gli oggetti (i timbri, gli ombretti), le fonti di ispirazione intellettuale (i libri, le frequentazioni) — quanto meno relativamente a Ketty La Rocca, la mostra spazza via quella superficialità e confusione con cui in genere si guarda alle ricerche verbo-visive in Italia, che quando fanno la loro comparsa in un museo raramente sono fatte degne di un approccio distinto e scientifico (si pensi a quella parete/quadreria tristemente onnicomprensiva che il museo del Novecento di Firenze dedica alla Poesia Visiva). Della stessa Ketty La Rocca, così tanto citata e inclusa in numerosissime collettive aventi come tema il femminismo, il corpo o la parola, si fa fatica ad avere una conoscenza meditata al di là delle interpretazioni d’etichetta; ed è come se, per un diabolico effetto d’eco, la fama del nome ne soffocasse un contatto più indirizzato allo studio.

A Ferrara, al contrario, momenti sintetici e analitici si alternano, e nette visioni d’insieme comprendono l’emergenza di certi dettagli che aiutano a capire e a ricostruire: un’esposizione che fa ordine e consente di ripensare il valore di un percorso storicamente troppo breve ma del quale, ormai, è assodata l’influenza sul presente; un’esposizione che, nel sistemare quella esperienza, non la celebra vanamente, non la irrigidisce né la distanzia da noi ponendola al di là di un nostro possibile, attuale, coinvolgimento. Guardando la mostra, infatti, molte esperienze artistiche successive vengono alla mente, alcune delle quali assai prossime a quegli esempi, sia per impostazione tematica che per esercizio linguistico e di tecnica (per inciso, l’esposizione consente di riandare a uno degli ultimi momenti storici in cui si generava quell’apparato di tecniche e modalità di produzione oggettuale, tutt’ora in uso lì dove la lingua sia impiegata più direttamente nel lavoro artistico): segno che in questa mostra è evidente un precorrimento di idee, materie e tecniche che non era certo solo di Ketty La Rocca, bensì in atto in quel tessuto estetico liminale tra poesia, comportamento e arte visiva, condiviso al punto da disperdersi in una quotidianità che spesso ne assorbiva e perdeva le tracce, e che portava, per esempio, Pagliarani e Sanguineti al coinvolgimento nell’azione ‘autostradale’ dei Cartelli, oppure Lombardi e Tiezzi nelle performance ‘intorno a’ Le mie parole e tu.

Di questo vivace tessuto, la mostra dà conto limitatamente alla corrispondenza tra Ketty La Rocca e solo alcune di quelle personalità; ma suppliscono benissimo a questa mancanza (motivo di ulteriore lavoro in una futura occasione) i due fondamentali saggi, uno per ciascuna delle due curatrici, che nel catalogo approfondiscono, in densità di nomi e coordinate, il contesto di produzione dei lavori esposti a Ferrara, restituendo così il senso di un ambiente tanto fecondo quanto più operativamente partecipato. (PP)

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