Mitologie beuysiane IV – Come conobbi Beuys (B. e lo zio Remo)


Come conobbi Beuys (B. e lo zio Remo)

Lo zio Remo, fratello di mia madre, andò a studiare a Bologna nel 1969. Era il primo della famiglia, e uno dei primi in paese, a tentare gli studi universitari e su di lui gravava una comprensibile apprensione. Un fallimento sarebbe stato non puramente una sua questione personale, bensì la triste resa di un intero vicinato agricolo alla prova della propria insufficienza al sistema scolastico borghese. Inizialmente iscritto a Giurisprudenza, dopo due anni passò a Lettere, e dopo un altro anno andò ad accrescere il numero dei fiduciosi che costituivano l’avanguardia del Dams, da poco inaugurato. Nel ’74, quando in fondo gli mancavano pochi esami per finire e con un piccolo sforzo in più ce l’avrebbe fatta di sicuro, lo zio Remo tornò a casa, in paese, accompagnato dai carabinieri. La vergogna era grande, ma non sarebbe stato possibile aggiungere altro peso sulla schiena del povero cristo, non una parola di rimprovero né una legnata. Sembrava già di suo un cane bastonato, dimagrito e di un pallore bluastro, sudato e nervoso mentre il padre lanciava contro il muro, uno per uno, i libri da dentro alla valigia, senza che l’uomo potesse bestemmiare tutti quei nomi che non sapeva leggere, e ai quali attribuiva la responsabilità prima della tragedia. Gli avevano trovato in stanza l’eroina, che egli teneva anche per conto di altri; e oltre al ricovero coatto in ospedale previsto dalla legge, lo zio Remo rischiava pure l’accusa di spaccio, e dunque una breve, ma pur sempre umiliante, carcerazione.

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Il parroco si diede da fare non poco e alla fine trovò, a una sessantina di chilometri, una struttura fatta apposta per i drogati. Era uno dei primi centri di recupero, la casa San Gabriele, e si trattava della porzione di un convento ormai quasi vuoto, che la diocesi aveva messo a disposizione della regione perché vi si svolgessero le attività esterne di assistenza e terapia legate al vicino ospedale. Le autorità vi sistemarono gli anziani nullatenenti senza famiglia, alcuni psichiatrici stabili e, appunto, i primi tossicodipendenti figli del popolo. Gli altri, i figli dei ricchi, andavano nelle cliniche private.

Per due anni all’inizio, e poi di nuovo fra il ’77 e il ’78, lo zio Remo fu ricoverato alla San Gabriele, seguendo il programma di cure e di attività lavorative. La struttura era circondata da un paio d’ettari di terreno coltivato che assorbiva i doveri e le energie dei pochi ospiti. I quali, del resto, erano tutti figli di contadini, sicché il mestiere lo conoscevano. Anche lo zio Remo, passato il Dams, era stato reinquadrato in una cornice tutt’altro che a lui estranea, essendo quella della sua infanzia e adolescenza: l’orto, il frutteto, il campo, il solco, il muretto, la palizzata; tutte forme geometriche essenziali, domestiche e concrete; l’antidoto alle sue allucinazioni. E se si eccettua lo stato di coercizione, per il resto il soggiorno alla San Gabriele non aveva niente di terribile. C’era di peggio. C’era il carcere, mancato per miracolo. E c’erano i lamenti, le discussioni e i pianti che i miei nonni non gli risparmiavano ogni volta che gli toccava di tornare a casa.

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Ogni uscita dalla struttura-ricovero richiedeva un permesso. E dopo il primo anno lo zio Remo ottenne il permesso di sostenere gli esami di Lettere a Chieti, dove si era riscritto e finalmente riuscì a laurearsi. Ma in tal modo esauriva le sue uscite, così tornando a casa solo per le feste. Noi invece andavamo a trovarlo ogni due settimane. L’incontro si svolgeva la domenica pomeriggio nel chiostro del convento — se andavamo da soli io e mio padre, con l’unica missione di consegnare qualche ricambio e la solita scatola di cibo da casa — oppure nella piazzetta del paese — quando anche mia madre e mia sorella si univano alla gita. C’era un bar gelateria così piccolo che bastava poco ad affollarlo. A parte qualche residente, i parenti in visita riguardavano solo i tossicodipendenti e gli psichiatrici, e tutti erano ansiosi di mangiare un gelato e concentrare in poco tempo sia l’affetto, sia una parvenza di allegria e di normalità. Quelli come mio zio — saranno stati una decina — erano detti ‘i giovani della San Gabriele’; gli altri si chiamavano: ‘i vecchi della San Gabriele’ e ‘i matti della San Gabriele’. Alle 5 era tutto finito e ci si salutava. Lo zio Remo rientrava nella struttura fra scherzi e risate, e sembrava un tipo felice e animato da un’energia misteriosa. Io e mia sorella ne avevamo una venerazione, ed eravamo curiosissimi della vita che svolgeva all’interno della Casa San Gabriele, dopo i nostri saluti. Quel posto mezzo triste e mezzo niente, né casa né albergo, per la sola presenza del nostro mito, agli occhi di noi bambini brillava di esotismo.

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Una volta, lo zio Remo ci annunciò che la domenica dopo ci sarebbe stata una festa speciale e ci disse di arrivare fin dalla mattina. Raccontò che nelle ultime settimane, lui e gli altri giovani erano stati mandati ad aiutare nella tenuta baronale, dove un artista tedesco aveva intenzione di sistemare un campo rimasto per decenni incolto; un progetto di agricoltura sociale che però era anche un’opera d’arte. Si trattava di ripulire il terreno dalle erbacce, rimuovere il vecchio recinto arrugginito (salvando però la ferraglia che avrebbe trovato impiego in una scultura), dissodare la terra e approntarla alla piantagione di un certo numero di alberi, il boschetto che avrebbe rappresentato la rinascita di una tenace e invincibile natura, difesa a forza dai giovani della San Gabriele sotto la guida dell’artista tedesco. Quell’artista era Beuys, anche se lo zio Remo non ci informò del nome, ritenendo a ragione che quel nome a noi non ci avrebbe suggerito proprio niente. Ma ricordo bene i toni sarcastici di mio padre, nel commentare l’inedita sovrapposizione tra fatica dei campi e arte; lui che nell’arte vedeva piuttosto il contrario di sudore e durezza della vita lavorativa; una idea di oasi che poteva essere un film al cinema, una canzone alla radio, o un quadro con un paesaggio ben rappresentato e appeso per le scale. Dal canto suo, lo zio Remo, che era stato a Bologna e che studiava Lettere (Storia moderna), aveva certo una visione più articolata e aggiornata dei fenomeni estetici, ma si guardò dal protestare alle battute di mio padre (“Vi fanno faticare a gratis, con la scusa che è per l’arte!”) e anzi confessò che anche a lui Beuys non gli stava certo simpatico: “Non capisce un cazzo di ‘sto posto, e ci vuole convincere che questo è un paradiso!”

Occorre comprendere che per quelli come lo zio Remo, nati in campagna dopo la guerra, cresciuti alla luce del riflesso di un distante specchietto, che era il boom economico, la città, la modernità, il benessere, l’istruzione e il tempo libero per tutti, per quelli come lui emanciparsi da secoli di umiltà e ignoranza era il primo e ardente desiderio. E non le doglianze pasoliniane, né tanto meno le romantiche (e sospette) lusinghe beuysiane, sarebbero mai riuscite a convincerli a fare pace con la tradizione e la natura; ma semmai il dovere di sopravvivere, il fallimento di una fuga e la condanna per aver tentato l’evasione. Questi in definitiva i reali motivi per cui lo zio Remo si ritrovava a piantare alberi per conto di Beuys.

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C’erano anche altri bambini alla festa nella tenuta baronale e pochissime le facce note. La maggior parte dei convenuti non s’era mai vista alle visite domenicali. Ma non era solo per via degli schiamazzi in libertà se fin dal primo momento che scendemmo dalla macchina ci fu chiaro che non sarebbe stata una delle solite domeniche. Tutte quelle macchine parcheggiate in fila lungo la strada di campagna, si vedono solo alle sagre o alle feste dei santi patroni, sicché un’eccitazione ci prese a tutti. Padre e madre sveltivano il passo come se ci attendesse un qualche posto a sedere da occupare prima degli altri, e io e mia sorella già vedevamo in lontananza inesistenti bancarelle di giocattoli.

Superato il cancello, ecco lo spiazzo della villa affollato di gente, a gruppi e gruppetti, e tutti intenti a parlare e sorridersi, specialmente quelli più vicini all’ingresso della casa, che mio padre disse erano le autorità. Infatti c’era più di un presidente, e uomini e donne dall’aria consapevole del vestito formale e certamente anche del motivo per cui si trovavano lì, quella domenica. Noi ci unimmo al gruppo dei parenti della San Gabriele, fra i quali invece serpeggiava una certa perplessità circa le ragioni di quello straordinario appello alla visita. Ma che dobbiamo fare? C’è un comizio? Una messa? C’è una benedizione? Si festeggia l’anniversario di che cosa? Mio padre, indicando un grande cartello che diceva Benvenuto Beuys, senza aggiungere altro spiegò che c’era Beuys e che quella era la festa di benvenuto per Beuys. Gli altri non ritennero di dover approfondire, e ripetevano invece “Ah bè, c’è Beuys!”, “Se c’è Beuys, allora si capisce…”, come se Beuys fosse persona nota, magari immaginando, chissà, il vescovo o il gran primario dell’ospedale da cui dipendeva la Casa San Gabriele.

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A noi bambini fu concesso di allontanarci e raggiungere lo zio Remo che si trovava dalla parte opposta, al di là di un lungo striscione disteso per terra, e insieme agli altri giovani della struttura ascoltava un tizio che parlava una lingua straniera. Era Beuys insomma, e la lingua era il tedesco o forse l’inglese; noi ovviamente non capivamo una parola, ma i giovani invece sembrava di sì e si mostravano d’accordo e chiedevano chiarimenti, e Beuys rispondeva come se tutti parlassero la stessa lingua. Una magica e armoniosa pentecoste.

“Bambini, non calpestate lo striscione!”, ci urlò una donna vedendoci ciondolare qua e là distrattamente, conquistati anche noi dallo straniero. Ed eccola subito avvicinarsi insieme allo zio Remo, e senza indugio in due sollevano quello striscione fissandolo a due pali fatti apposta, come fosse l’arrivo di una gara. “Sai leggere che c’è scritto?”, dice lo zio Remo a mia sorella. E lei, che non faceva ancora la prima, comincia a sillabare aiutata dallo zio e mentre io, indicando con il braccio verso l’alto, disegno un arco da un capo all’altro della enorme sentenza: “la-ri-vo-lu-zio-ne-sia-mo-no-i”. “Brava!”, si complimenta lo zio Remo, “E bravo anche tu!”, dandoci la mano come si fa con gli adulti. “Ma zio, che vuol dire?”, fa mia sorella.

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Lo zio Remo non ha tempo per le spiegazioni, lo aspettano gli altri del gruppo e lo straniero! Adesso ognuno ha una vanga e tutti insieme si muovono verso una catasta di alberelli, accompagnati da uno scroscio di applausi. Dolcemente e con estrema calma, lo straniero dà gli ordini e smista gli alberelli consegnandoli nelle mani dei giovani; e quelli, consci del significato dell’azione, vanno verso il campo, dove li aspettano le buche scavate in precedenza. Poi tornano a prenderne un altro e senza lena ripartono. Ce n’è più d’uno che si confonde, e intorno a un solo alberello si danno da fare in cinque o sei. Non si può chiedere a tutti di esser nati giardinieri, ma è chiaro che il metadone non aiuta il braccio fermo e il calcolo delle misure.

Per niente nervoso, lo straniero si divide tra il campo e la folla che assiste alla piantagione. Ci dedica un discorso che nessuno capisce, interrotto e ripreso più volte, senza smettere di premurarsi che lì nel campo tutto proceda secondo i piani, ora dando una mano a tenere dritto un albero, ora compattando la terra con il piede. A noi che lo guardiamo, ambiguamente sospeso tra ebbrezza e perizia, ci ispira una irresistibile simpatia, che tuttavia non culmina mai nella complicità. Si tratta, piuttosto, di un sentimento di trasporto e devozione, frenato però da un non so che, forse la timidezza, forse una bolla invisibile ma oggettiva che ci tiene a distanza da lui. Faremmo tutto per lui; ma è che lui sembra non chiederci altro che piantare alberi. E noi che guardiamo da fuori del campo, bambini e adulti, parenti della struttura e autorità, tutti così incapaci di comprendere fino in fondo le implicazioni politiche ed estetiche di quei radicamenti, e che nello stesso tempo però subiamo il magnetismo della bellissima presenza dello straniero, vorremmo anche noi un pochino del suo sguardo e della sua parola. E stare ai margini ci fa soffrire e ci umilia. Peccato che non parli la nostra lingua! E soprattutto peccato che sia così concentrato sull’operazione che a noi bambini non ci si fila proprio! “Possiamo piantare un albero anche noi?” “No!”, la risposta secca di mia madre.

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Nonostante la grande ispirazione, la piantagione procedeva un po’ troppo lenta e a mezzogiorno gran parte degli alberelli attendevano ancora il loro destino. Non tutto il pubblico era così sensibile all’arte da scordarsi della fame e già qualcuno, allentata la curiosità, si era allontanato alla ricerca di un conforto. Fu allora che mio padre, smessa ogni aria di diffidenza e infranta la distinzione tra il pubblico e gli attori, si buttò enfaticamente sulla scena, mettendo a disposizione tutta la sua sapienza contadina. E la sua forza e la sua lucidità; che fra quei tossici era quel che ci mancava perché gli alberi avessero speranza di crescere dritti. L’arrivo di un nuovo aiutante fu salutato da Beuys con un gesto di soddisfatto incoraggiamento. Il pubblico si sciolse in un fragoroso vocio di sollievo all’idea che l’arte sarebbe andata più spedita, e grazie a mio padre, in meno di un paio d’ore gli alberi furono tutti piantati, e si poté dare inizio al rinfresco.

C’era vino e salame per tutti, aranciata per i bambini. Ma io non ero affatto interessato alle bevande e corsi orgoglioso verso mio padre, il quale era rimasto nel campo insieme a Beuys, allo zio Remo e alla donna che aveva issato lo striscione. Mi piazzai in mezzo al gruppetto, reclamando anch’io il diritto alla considerazione e seriamente convinto di aver aiutato l’arte, se non attivamente nella pratica, almeno col pensiero. E nell’ansia di protagonismo, con la mano tiravo la giacchetta di Beuys senza che quello mi desse retta in nessun modo. Si vede che era troppo preso da un ragionamento filosofico, di quelli che allontanano i grandi dai mocciosi. Ogni mio tentativo di apparire si rivelava inutile, arrivando a subire la vergogna di un gesto di mio padre, che senza parlare né guardarmi, scansava la mia mano dal vestito di Beuys, perché non lo annoiassi. E io fui preso dalla disperata invidia per quella intesa tra adulti da cui ero escluso, e avrei voluto avere il modo di farla fallire. Invece, non potevo far altro che alzare la testa e osservare il teatro dall’esterno.

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Occhi ispirati e sguardi eloquenti, Beuys si rivolgeva a mio padre con lunghi discorsi in tedesco dove ogni tanto emergeva un grazie in italiano. Non c’è di che, ma figurarsi, minimizzava mio padre. Ma Beuys ripartiva per un nuovo giro di incomprensibili parole, finché chiese alla donna di tradurgli una sola frase. E lei disse: “Ogni uomo è un artista.”

A quella che gli sembrò una battuta, detta lì per lì senza un contesto, sia pure nell’entusiasmo di aver ultimato per tempo la faticata, mio padre non sapeva se ridere o commuoversi. Ma per educazione annuì, come pensoso.

(PP)

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Vedi anche:

Mitologie beuysiane I

Mitologie beuysiane II

Mitologie beuysiane III

Mitologie beuysiane V

http://www.pasqualepolidori.com/opere.html#slide-opere-b