Mitologie beuysiane I – JB e l’esigenza spirituale.


[Il testo che segue fu scritto nel 2008 come tassello narrativo di una riflessione multimediale su etica e arte. La sua composizione è dovuta esclusivamente alla preziosa occasione di lavorare con Mauro Piccini, che con generosità accettò di illustrare il racconto. Artista e grafico già attivo negli anni Settanta, nonché storico illustratore della rivista Playmen, nel dialogo con Piccini prese forma l’intenzione di trattare Beuys come un personaggio da narrativa popolare.

Il lavoro fu presentato in occasione della mostra NEMESI E ASSESTAMENTO/SETTLEMENT AND NEMESIS – U. BREITENSTEIN, R. HUBNER, P. POLIDORI , 22 febbraio / 20 marzo 2008, a cura di R. Annecchini, Change + Partner, Roma. (PP)]

 

 

Le avventure di Joseph Beuys: Joseph Beuys e l’esigenza spirituale.

 

 

 

 

“Tout pour les dames”, ça se dit, mais “l’art avant tout”, ça se pratique.

(Gustave Flaubert)

C’era una volta, in un paese per niente lontano, un vignaiuolo che si era innamorato dell’arte contemporanea.

Ogni mattina scendeva per le sue vigne, che conosceva palmo a palmo e a cui si dedicava con passione ed energia, e controllava che i lavori fossero svolti con cura e secondo le tecniche più moderne. Ma quando arrivava alla fine del giro e sentiva la stanchezza sfumare in malinconia, si sedeva e pensava: tutto è bello e dolce qui, la vigna cresce bene, il paesaggio è incantevole, l’orizzonte è promettente, ma la natura non basta e il bello naturale non è nulla se non è illuminato dal bello artistico.

La moglie, vedendolo triste, tentava di distrarlo in tutti i modi, ma quello tornava sempre sullo stesso punto: “Se solo sapessi dove agisce adesso l’arte contemporanea, dov’è che si nasconde di questi tempi la bellezza artistica…qual è il suo posto nel mondo…”.

“Di nuovo l’esigenza spirituale? Ma non ti bastano i quadri che già hai?”, protestava la moglie accennando con la testa verso una fra le tante pareti di casa invase dalle cose mute, così lei li chiamava, i quadri, la maggior parte dei quali antecedenti al 1960 e in gran parte dipinti dal nonno.

Il nonno del vignaiuolo era stato un valente paesaggista che partito giovanissimo dall’imitazione dei maestri del settecento, aveva fatto in tempo prima di morire ad approdare all’astrattismo geometrico allora in voga presso i circoli più avanzati della sua generazione, abbreviando per una timida e personale fase cubista. Il nipote, che dal nonno aveva ereditato l’amore per l’arte ma non il fuoco della creazione, una volta giunto al controllo dei beni di famiglia, si era lanciato nell’impresa di arricchire la collezione di casa — attraverso la frequentazione di amici artisti e con cauti investimenti per gallerie non solo di provincia — e aveva proseguito per il sentiero pittorico segnato dai quadri già in suo possesso, cercando, quel sentiero, di indovinarlo, di anticiparlo e, semmai fosse possibile, chissà, di condizionarlo.

Ma quante curve, salite e discese per la strada della pittura! E quanti vicoli ciechi, quanti quadri acquistati con la speranza che portassero da qualche parte e vi sbocciasse un significato duraturo, un valore stilistico o un indirizzo estetico, e che invece erano  rimasti come boccioli chiusi e seccati da qualche gelo crudele.

E le foto poi: quelle di famiglia più meritevoli di essere esposte erano sparse sui tavolini; al muro e bene incorniciate invece le foto artistiche — che erano foto di persone, di paesaggi e di cose, a colori e in bianco e nero, qualche volta ritoccate o ritagliate e poi ricomposte, trasformate e innaturali, e tutte firmate e datate.

Non mancavano infine le sculture — in pietra, in bronzo, in legno, in creta e in ferro — alcune delle quali, le più ingombranti, erano state progressivamente sospinte verso l’esterno della casa, in giardino sì, ma anche nel disordine di un magazzino annesso alla cantina fra utensili sfasciati e altri in attesa di riuso, e ovviamente poi davanti alla porta d’ingresso principale, a destra e a sinistra, come leoni di un tempio.

“Te lo dico io cos’è che non va: è che qui dentro non-si-res-pi-ra! E’ diventata una mania la tua, amore mio, e la tua sete di senso mi spaventa! Io voglio vivere nell’insensatezza, voglio scoprire il mondo, voglio morire di morte naturale, non voglio soffocare tra tanti discorsi incorniciati!”

Quello che per lui era una ragione di vita — un dialogo con l’oggetto artistico finalizzato ad assumerne quella essenza estetica da cui dipendeva una propria futura felicità — si traduceva per lei in una occupazione indesiderata dello spazio vitale, che la faceva sentire in una prigione ingombra di oggetti immobili nella quale regnava ovunque, unica sopravvissuta alla guerra infinita fra spazio reale e spazio ideale, la triste evidenza di una cosa confezionata ed esposta — bella, certo, ma pazienza — esposta come un mostro inavvicinabile alla fiera, che sta lì per dire quello che deve, e lo dice comunque anche se nessuno ha voglia di sentire.

Questa era la realtà!

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Il caso volle che passasse di lì il grande artista Joseph Beuys, con il bel cappello e il caratteristico gilet da esploratore pieno di tasche, taschini e saccocce dove, come si sa, un mozzicone di matita, un gessetto, un pezzetto di carta scarabocchiata, una pietra raccolta camminando o un comune metro da muratore trovavano più facilmente posto di una moneta o di un mazzo di chiavi —oggetti del tutto inutili per uno che non credeva alle porte, per dimora aveva eletto il mondo e non desiderava niente che si possa comprare, se non un biglietto aereo per andarsene in giro da un posto all’altro della grande madre terra.

Tornava da una conferenza in città, dove aveva appena riaffermato di tenere solo alla felicità umana, ed essendo questa originata da fatti naturali e sociali, proprio la natura aveva il primo posto nei suoi pensieri d’artista. E di natura non ce n’è abbastanza, né mai ce ne sarebbe stata a sufficienza se l’arte non avesse provveduto da parte sua a fare spazio al bello naturale, e a incoraggiare la natura a pervadere la struttura sociale, sì che in essa liberamente agisse l’istinto umano primitivo a intrecciare bellezza e felicità.

“…e per favore basta con quest’arte artistica da società tardo capitalistica!” — aveva detto a coloro che per ascoltarlo si erano radunati in una galleria.

“A chi le racconteremo le nostre belle storie quando la fame di soldi avrà corrotto ogni orecchio, e come morta l’anima assordita non sentirà più niente? Umanità, il tuo significato è in fin di vita! Noo, troppa arte proprio non va bene. Troppa arte vuol dire troppa civiltà, e intendo questa civiltà infelice che ci condanna tutti a vivere da sfruttati e da rincretiniti. Troppa troppa cultura, troppo significato, troppo plusvalore, troppo commercio e giri di soldi, e trooppo capitale, troppe guerre, ve lo ripeto ancora una volta: TROPPA ARTE = TROPPA MORTE!”

Una catena inesorabile, una caduta libera che di concetto in concetto conduceva verso esiti tragici, per scongiurare i quali occorreva ripensare al più presto il ruolo dell’arte, della storia e della scienza in rapporto alla natura.

Come sempre, l’usignolo Beuys aveva catturato tutti i presenti con quel filo dorato della logica che deriva da un’implacabile bellezza dei concetti. Conquistati da quel discorso magico e rapiti emotivamente, quella sera all’uscita della galleria tutti si erano sentiti più scoperti e fragili, l’aria era parsa più insicura, agitata da remote forze magnetiche, e nello stesso tempo più primitiva e umana, sensazione che i più attribuivano al fatto di essere stati toccati dall’arte.

E in verità nessuno poteva dirsi indifferente allo spirito che emanava da Joseph Beuys e chi aveva avuto la fortuna di conoscerlo più da vicino ammetteva di averne avuto cambiata l’esistenza.

Il vignaiuolo innamorato dell’arte riconobbe subito il grande artista e lo pregò di fermarsi nella sua tenuta accettando l’ospitalità sua e della sua cantina.

Joseph Beuys, che era una persona aperta e di cuore e sapeva riconoscere l’onestà e la sincerità, accettò senza troppe remore, e si sistemò in una stanza al secondo piano della grande casa padronale.

La stanza affacciava su una bellissima quercia secolare con le foglie tutte gialle accartocciate in maniera così varia da sembrare dipinte a olio con la spatola.

Ecco qualcosa per cui Beuys non avrebbe mai scambiato la natura per l’arte e l’oggetto per la sua rappresentazione. “Una quercia così si beve ogni rappresentazione!”, disse rivolgendo uno sguardo profondo al vignaiuolo, il quale lo ascoltava da vicino attentissimo a non perdere neanche una parola né un solo significato di quel poco che il maestro esprimeva nei rari momenti in cui riteneva che ci fosse qualcosa da dire. “Non è lontano il giorno — aggiunse Beuys — in cui il genere umano si sbarazzerà di tutta quell’estetica della rappresentazione e lascerà in pace la natura, che se vorrà entrare nell’arte lo farà da viva e non da cadavere.”

Queste parole piacquero molto alla moglie del vignaiuolo, che cominciò a sperare in una svolta positiva dell’infelice passione di lui. “Questo Beuys mi sembra un’ottima persona e dice le cose come stanno!”, fece lei sottovoce al marito.

E il vignaiuolo, felice che il maestro apprezzasse quel frammento del suo mondo, spiegò che quella era stata la sua stanza ai tempi della scuola, e che quella finestra — che così perfettamente inquadrava la chioma dorata dell’albero — originariamente non c’era: costretto da bambino a una prolungata convalescenza a letto, aveva lui stesso espresso il desiderio di vedere l’amata quercia dal suo lettino e dato che la malattia era grave e che in famiglia temevano il peggio, il padre si era adoperato in fretta a soddisfare quel capriccio.

Vennero chiamati due muratori, i quali si diedero da fare un bel po’ per portare a termine un’impresa che giudicavano una stravaganza, murando in un sol giorno, tra una birra e una fumata, la vecchia finestra e aprendone un’altra uguale in corrispondenza dell’albero.

Così, fra lo stupore generale, la sua salute da quel giorno riprese a migliorare e dopo neanche una settimana era completamente guarito. Un miracolo, avevano detto i medici. E sua madre, che credeva ai medici, prese a dire che non avrebbe permesso a nessuno di toccare la quercia che aveva salvato il suo bambino.

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Al racconto dell’uomo Beuys sorrise e socchiuse gli occhi, come ascoltando una musica bellissima. Era vero!… Era proprio vero che l’istinto estetico guarisce dai mali oscuri.

Il vignaiuolo colse un’ombra di emozione sul viso del maestro e si sentì profondamente capito. Com’è naturale il linguaggio di un sorriso, e com’è rara tra gli uomini la gioia di un’intesa sensibile!

Questa intimità improvvisa gli consentì di vincere una comprensibile timidezza e di chiedere al maestro che lo degnasse di un’opera fatta apposta per la sua collezione: una scultura, un’azione (fotografata o filmata), un disegno, un segno o qualunque cosa egli si sentisse di fare durante il suo soggiorno nella casa.

Il vignaiuolo sapeva di avere osato molto chiedendo un lavoro a Beuys, il quale era noto prendere alla lettera ogni invito che promettesse una totale disponibilità, economica, materiale e immaginativa. Si diceva che il maestro fosse capace di tutto, compreso rendere inagibile la casa o cambiare i connotati alla collina o farsi dare dei soldi in cambio di niente, sebbene un tale niente fosse introvabile e prezioso più di un qualunque tutto si possa trovare.

Ma la vendemmia appena finita era stata fruttuosa e il vignaiuolo voleva farsi un bel regalo, mettiamola così. E poi era da tempo che non sperimentava un po’ di arte contemporanea e qualcosa gli suggeriva che sarebbe stata quella la volta buona per ritrovarsi fra le mani un valore estetico vivo e ricco di significato. E per quel significato lui, che aveva tanto lavorato, vissuto e costruito, avrebbe messo a disposizione perfino la cantina, il luogo del lavoro, il bene da cui dipendeva l’esistenza sua e di sua moglie e dei suoi operai — che se il maestro gliel’avesse allagata tutta di miele lui non avrebbe avuto proprio niente da ridire e anzi di quel significato avrebbe fatto mostra a tutti i potenti e agli addetti ai lavori o a chiunque se ne fosse detto interessato…

La moglie, che conoscendolo bene temeva le sue intemperanze e sapeva vedere nel buio del suo animo e percepire in lui anche una certa grettezza — quell’etica viziata dagli scopi del possesso e dell’accumulo, i giudizi mai disinteressati, il piccolo e immancabile calcolo e insomma quella ristrettezza di spirito propria del collezionista — e che tutto sommato riteneva assai scorretto richiedere all’ospite ciò che poteva apparire un obbligo, scosse la testa come imbarazzata e si affrettò a chiarire che in nessun modo Beuys, il maestro Joseph Beuys, avrebbe dovuto sentirsi ispirato a forza perché l’arte è bella quando è spontanea e per gli artisti la prima regola è la libertà.

Quel contrasto coniugale sull’arte che era come una crepa nel comportamento dei due simpatici ospiti commosse Beuys. Ma attenzione alle crepe estetiche, foriere di precipizi morali — dice il proverbio. Beuys annuì rivolto alla donna, mostrando di condividerne lo slancio in favore della libera creatività e di una autonomia dell’esperienza estetica. Ma avendone anche intuito una implicita quanto sbrigativa ed egoistica preoccupazione di non ritrovarsi un’altra cosa muta da sistemare chissà dove, cercò di rassicurarla dicendo che l’arte non è affatto obbligata ad avere un volume e oggigiorno le forme hanno raggiunto un livello di sofisticazione tale che lo spazio da loro occupato non è più direttamente proporzionale alla loro forza espressiva. Insomma fece intendere come un certo ordine e spazio siano inevitabili, con o senza arte, e che le cornici, ahimè, le avevano inventate gli architetti, premurandosi però di lasciar trasparire un senso di disagio per l’idea stessa di collezione, che pur se comprensibile nella dialettica tra arte e capitale, tuttavia ha proprio poco in comune con il significato estetico. Ci sapeva fare con i diffidenti e le creature spaventate dall’arte Beuys!

Il vignaiuolo si scusò se era sembrato troppo insistente e disse: “Io non intendevo…”

Ma Beuys, con un “Sh…sh…sssh”, gli fece cenno di tacere, si curvò e si portò una mano all’orecchio, come per attirare l’attenzione dei presenti su uno strano rumore là attorno.

Nella stanza s’era fatto buio e nessuno dei tre aveva pensato di accendere la luce. Beuys si avvicinò alla finestra e l’aprì. Da fuori giungeva un’aria fredda e appena mossa, che si materializzava all’orecchio nel fruscio leggero delle foglie secche. La quercia era così vicina che un ramo arrivava quasi dentro la stanza. Beuys chiamò i due vicino a sé e, con fare deciso ma pacato, afferrò la mano del vignaiuolo e poi quella della moglie, le avvicinò alle foglie della quercia accompagnandole lievemente in una lunga carezza, così protratta che le mani tremavano nell’ispezionare sotto la guida del maestro certi minuscoli rilievi, diventati immensi, del tessuto vegetale. Ed era proprio come sentire il mondo intero, solo sfiorandolo.

Intanto Beuys cantava una ninna nanna antichissima, dalle parole oscure ma che lasciava i due a bocca aperta, sospesi a una voce incantevole, quasi un tappeto volante da cui si scorgeva la vita.

Quando la carezza finì, Beuys smise di cantare. E avvicinate quelle mani alla bocca, chiuse nelle sue, con un piccolo bacio sulla punta delle dita disse…che, sì, avrebbe pensato a qualcosa di artistico, ma a condizione che non rubasse spazio alla natura né respiro agli abitanti della casa.

Avrebbe trovato un compromesso Beuys?

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S’avvicinava gennaio e l’aria profumava di camini accesi e di mosto. La mattina presto una nebbiolina saliva dalle vigne spoglie nascondendo alla vista i potatori che si disperdevano tra i filari a lavorare, uniche voci in un silenzio benedetto.

Il silenzio era solo una delle tante grazie di quel casolare immerso nel verde, protetto e difeso dalla natura, completamente dimentico dello scempio edilizio che cominciava al di là della vicina strada statale, appena visibile dalla finestra tra i rami della grande quercia.

Beuys scese prima dell’alba. Uscì sull’aia, dove la pallida luce di una lampadina sempre accesa accentuava il buio della campagna intorno, e tirò due o tre respiri profondi attraverso i quali sempre, appena sveglio, prendeva contatto con il mondo. Respiri estenuati, durante i quali si intensificava fino a scomparire nella sua mente un’immagine, un ricordo o una fantasticheria. Era un esercizio imparato da una vecchia donna di Dresda che a sua volta l’aveva appreso in Nuova Zelanda e serviva come allenamento a preparare la coscienza al nuovo giorno ricordandole che era finito il suo  tempo di libera uscita notturna ed era ora di cambiare ritmo e intensità. Quella mattina si concentrò, al primo respiro, sulle unghie delle mani; al secondo respiro, su un catino mezzo pieno d’acqua abbandonato lì per terra; al terzo respiro, sull’immagine di un cane che abbaiava da qualche parte delle colline intorno, ancora immerse nel buio.

Sentì il desiderio di allontanarsi in modo da avere una vista completa della casa. Si diresse per i filari di viti che conducevano verso il basso e poi risalivano fin quasi alla sommità di un poggio elevato e dominante, dal quale, forse, la casa si sarebbe potuta vedere nella prospettiva privilegiata dei volatili. Camminando cercava di non affollarsi troppo la mente con pensieri estranei alla circostanza, disponendosi piuttosto a sentire la rugiada, l’erba, le foglie, la terra, gli insetti. Si fermò alla fine di un quadrato di vigna che limitava un bel boschetto chiuso da grossi cespugli di more selvatiche. Stava facendo giorno e da lì la casa appariva nel suo disegno semplice; una forma solida e umana che gli fece tenerezza.

Da giovane Beuys avrebbe voluto abitare in una grande casa di campagna come quella, dedicarsi alla terra e alla stalla, tenere gli animali e accompagnare il mite andamento delle rivoluzioni naturali. Ma come spesso succede il desiderio aveva tardato così tanto a realizzarsi che quando finalmente poté permettersi una casa del genere, aveva scoperto che ormai stava bene solo in città o in viaggio per il mondo, e che la sua vita non si conciliava in nessun modo con le incombenze cicliche dell’agricoltura. E così ci aveva rinunciato, continuando ad approfittare dell’invito di un amico o di un collezionista per ricongiungersi, anche solo per qualche giorno, alla sua condizione preferita, cioè di una vita felicemente in ostaggio delle leggi naturali, quella vita fra boschi e campi che era fatta per lui, e che sarebbe stata certamente la sua se prima la guerra e poi l’arte non l’avessero rapito; quella vita che scorreva sempre parallela alla vita sua reale, come un sentiero che si snodi a lato della riva di un fiume, senza mai incontrarla. Beuys diceva sempre: “Quando morirò, in me moriranno due vite e la mia nostalgia in quel momento esiterà indefinitamente.”

Si guardò intorno a lungo, prese nota a mente dei nomi delle piante che vedeva, notò come tutto fosse velato di guazza gelata e bianca, si divertì insensatamente a strusciarsi le guance su un piccolo mucchio freddissimo di rami e foglie secche al quale aveva dato la forma di un cuscino, finché fu attratto da un rumore che proveniva dal boschetto alle sue spalle.

Si curvò sulle siepi e con le mani nude scansava i rami e perlustrava la trama del fogliame spinoso, attento a scoprirvi una presenza. Una serpe? O forse una lepre? O una volpe?

“Potrebbe essere anche un coniglio. Mi piacerebbe trovare un coniglietto!”, pensò Beuys.

A poco più di un’ora dal risveglio Beuys era già pronto a trovare compagnia in un animale. La sua vocazione per la natura e il selvatico si faceva sentire e desiderava ardentemente incrociare gli occhi di una bestiola dietro ai quali avvertire con forza la vertigine di una mente sensibilissima ma estranea alla lingua, un intelletto fatto di istinti al di sotto della sillaba, collegato all’immenso tessuto di una ragione naturale, estesa, profonda, intensa.

Era quella l’esperienza a cui teneva maggiormente, anche se si produceva molto di rado: fissare un animale negli occhi restringendosi e smaterializzandosi in uno sguardo protratto al massimo, oltre i limiti del sonno e della fame, senza altra preoccupazione che il guardarsi l’un l’altro, fino a che non scaturisse dallo sguardo il seme della conversazione. Così, spesso, gli era capitato in gioventù, specie durante la guerra.

Ma da allora il mondo era cambiato e la selvaggina viveva brutti momenti, sparita in molte zone, clandestina, o mandata al confino nelle riserve.

L’ultima volta gli era successo con un lupo impazzito, catturato e ricoverato nell’ambulatorio di un parco nazionale. Il veterinario aveva ordinato che nessuno si avvicinasse alla gabbia e lui dovette implorare il guardiano che, in cambio di qualche moneta e dopo molte raccomandazioni, accettò di lasciarlo da solo con il lupo per dieci minuti, durante i quali, come si può immaginare, fece appena in tempo ad avvertire nell’animale un’angoscia confusa e feroce che lo lasciò annichilito e completamente privo di linguaggio.

Dieci minuti d’orologio e non più — questa la volgare esattezza del tempo dei guardiani — passati i quali a nulla valse strillare o puntare i piedi, e Beuys fu trascinato fuori come un intruso e insultato pesantemente dal rude guardiano che ne aveva abbastanza di certi pervertiti.

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Doveva trattarsi di una volpe che era già scappata e la cui tana era forse lì nel boschetto, pensò Beuys costatando che tra i cespugli non c’erano che ragni e coccinelle.

Ma che sorpresa quando, scostato con la scarpa un intreccio di rami secchi, si trovò tra i piedi una quaglia tutta tremante che respirava appena, e mezza morta, con una zampa mozzata, teneva gli occhi spalancati e astrattamente fissi nel vuoto. Se si fosse trattato di una volpe nelle stesse condizioni, Beuys avrebbe certamente saputo cosa fare, si sarebbe inventato una fasciatura lì per lì, le avrebbe parlato con una voce piena di intimità e riparo materno, avrebbe cercato in tutti i modi di intercettarne lo sguardo e di stabilire un contatto con la sua anima. Ma con la quaglia non sapeva da dove cominciare e gli sembrava che a sussurrarle dei timidi tentativi di richiamo — magari neppure quelli giusti — quella non reagisse in alcun modo.

Perdeva anche sangue da un’ala e in quel punto le piume s’erano tutte ammassate; povera quaglia, faceva pietà. Che fare dunque? Lasciarla morire in quel letto di rami secchi? Cantarle una nenia che l’accompagnasse nel dissanguamento e alla fine? O sollevarla e portarla a casa? E coinvolgere così gli abitanti? E avrebbero poi questi condiviso la sua preoccupazione? O non avrebbero invece visto la cosa come una seccatura? In fondo era arrivato in quella casa solo la sera prima, da troppo poco per presentarsi a colazione con un uccello semimorto in mano.

La triste evidenza di due esseri — uno vivo e pensante, l’altro in agonia — che si sono incontrati per caso e non possono fare niente l’uno per l’altro, se non il morto lasciare nel vivo un senso di impotenza e di colpa.

Beuys odiava queste situazioni in cui si mescolavano in modo tanto tragico ed estremo il senso di colpa con l’ amore per la natura. Non sopportava che un rozzo sentimento morale da individualisti si insinuasse in quel rapporto, incolpevole perché presoggettivo, che tentava di stabilire con il mondo naturale: un rapporto di coesistenza e di coappartenenza che non prevedeva né colpe né promesse.

Decise che avrebbe costruito una tomba per la quaglia e che le avrebbe fatto un funerale. Avrebbe fatto la sua parte, la parte umana, la sola in natura specialista in funerali.

Allargò un vuoto di foglie e vi scavò una buca a forma di semisfera con le mani. Quindi rivestì le pareti della buca con una certa quantità di ghiande raccolte lì intorno e affiancate e incassate come tante piccole mattonelle sporgenti. Poi sbriciolò sul fondo alcune foglie secche di vite, creando un manticello dorato sul quale sistemare la quaglia morta.

Per la copertura aveva pensato di intrecciare alcuni dei lunghi tralci che i potatori avevano tirato giù e abbandonato lungo i filari. Ne raccolse una fascina. Con l’aiuto di un coltellino che aveva in tasca tagliò via le parti più spesse e selezionò quelle più forti e sottili ricavandone delle bacchette tutte uguali e ottenendo un lavoro assai preciso, un coperchio intrecciato. Trovò persino una pietra, che aveva una forma irregolare ma con una punta che la faceva sembrare una piramide afflosciata.

Per il sudario, non avendo un fazzoletto, si rassegnò a sacrificare la camicia che portava, un indumento di flanella bianca dal quale ricavò una specie di ampio lenzuolo.

Poi si sedette e aspettò in silenzio che la quaglia morisse.

Quando tornò a casa  era giorno avanzato.

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Era passato un mese da quando Beuys era arrivato nella casa ma non si era ancora vista nessuna opera d’arte.

Beuys prendeva parte alle attività quotidiane, dava una mano in cucina, giocava con i cani, andava nell’orto e si offriva sempre di portare il pranzo ai potatori, che amava intrattenere con domande su argomenti di agricoltura.

Sembrava appassionarsi a tutto quello che per gli altri era interessante: con il postino parlava di strade, nomi e cognomi, del senso della corrispondenza scritta; dalla cuoca si faceva raccontare nei minimi particolari le ricette che le davano più soddisfazione, e non per replicarle ma per il puro gusto di ascoltare un essere umano che parla di sé e delle proprie abilità.

Perciò tutti lo amavano e cercavano la sua compagnia.

Era capitato addirittura che persone di paese che non si sarebbero mai sognate di far visita al vignaiuolo o a sua moglie — come il vecchio sarto, il carrozziere, la cassiera di un autogrill che finito il turno non aveva fretta di tornare a casa o una coppia di venditori ambulanti che facevano il mercato da quelle parti una volta alla settimana — si presentavano alla porta chiedendo di Joseph, fermandosi a chiacchierare per almeno una buona mezz’ora.

“I miei amici”, li chiamava Beuys.

Beuys aveva sempre avuto facilità a trovarsi degli amici ovunque e faceva parte delle sue tecniche di sopravvivenza il coltivare spontaneamente certi incontri occasionati dalla vita quotidiana e per tutti altrimenti destinati a restare tutt’al più a un livello di cordiale superficialità. Lui aveva la grazia di trasformare quegli incontri in relazioni ricche di umanità e di spessore.

Il suo capolavoro, pensava, consisteva nel trascorrere il pomeriggio a parlare di come va la vita e a farsi confidenze fra semisconosciuti. E bisogna sapere che, quando non si trovava a parlare davanti al pubblico di un museo o dell’università, Beuys era uno che non si faceva scrupolo a tirare fuori perfino certi episodi imbarazzanti e tristi della sua vita privata, quelli che la gente non ama mettere in piazza. Ne parlava con distacco, come cose accadute a qualcun altro, che si raccontano guardandole da lontano. Ma ogni tanto, soprattutto se girava una bottiglia, Beuys si lasciava andare completamente e allora, come un gatto che mette in moto tutta la sua elasticità di felino nel tentativo di aderire e richiudersi in un incavo per trovarvi calore e confine, cercava consolazione e conforto nell’estraneo che aveva davanti.

Era sempre lo stesso Beuys! Quello che a tredici anni faceva gruppetto, di autocoscienza o di autoedificazione, che si incollava ai compagni della sua età e già allora inventava innamoramenti e paure; tutte quelle storie infelici e mai vissute per il solo gusto di sentirsi capito!

Per il resto del tempo faceva passeggiate, non si chiudeva mai in camera, riceveva ogni tanto delle telefonate dall’estero, non disegnava e non scriveva.

O così sembrava.

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§

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La settimana seguente, che si prevedeva la più fredda dell’anno, era per tradizione quella dell’uccisione del maiale.

Come ogni anno ci sarebbe stato fermento in casa e amici che arrivano per partecipare, assistere o solo festeggiare intorno al fuoco, girare le bistecche e poi mangiarle. Insomma, la festicciola di sempre, un’allegria di rito.

Il vignaiuolo avrebbe voluto che per quell’occasione il maestro gli approntasse un’opera in modo da dare un senso artistico alla giornata. Il maestro non stava lavorando a niente? Non aveva progetti realizzabili in una settimana?

In ogni caso la presenza di uno come Joseph Beuys in occasione della festa non poteva essere ignorata: si doveva organizzare qualcosa, presentare un’opera o in mancanza d’oggetto dibattere un argomento in compagnia di qualcuno; si poteva trovare un critico o un poeta disposti a dialogare; serviva forse un’ispirazione per motivare una riflessione o un evento.

Per Beuys, che attraversava un periodo di letargo, quella proposta era una scocciatura. Ma non se la sentì di scoraggiare il vignaiuolo e lo autorizzò a organizzargli un incontro con un pubblico di amici e addetti ai lavori al quale avrebbe presentato un’opera pensata per l’occasione. Non sapeva ancora quale, ma un’idea gli sarebbe certamente venuta.

Una settimana passa in fretta e arrivò presto il giorno dell’uccisione del maiale.

La sera precedente erano arrivati gli invitati che venivano da più lontano e si erano sistemati nelle tante stanze della casa, che adesso risuonava di voci dagli accenti più diversi ma i cui contenuti riguardavano tutti in un modo o nell’altro l’arte contemporanea, il suo destino, il suo posto nel mondo e nella società, il suo giro, la sua consistenza storica e presente. Le opere d’arte, sparse dappertutto nella casa, erano come calamite che attiravano a sé piccoli gruppetti di invitati, che si formavano, si rompevano e si ricreavano nel salotto, in corridoio o in cucina, tra un giudizio e un saluto. E mentre gli ospiti ammiravano i quadri e le sculture, pian piano i loro discorsi si facevano sempre più densi e metafisici toccando corde astrattissime, arrivando a far risuonare, nell’instabile, oscura e ariosa natura degli aggettivi del gusto, la solidità cristallina dei sostantivi più nobili: il bello, il vero e il giusto. Tutti esponevano le proprie intime convinzioni, non si faceva segreto dei dubbi e delle speranze, non ci si vergognava di un moto esagerato di incomprensibile entusiasmo né degli eccessi di significato.

Nessuno esitava nel ripetersi domande come:

“Hai poi visto quell’evento?”

“Non hai avuto anche tu quella sensazione?”

“E dove terminava il blu? Terminava?”

“Ma ci dice ancora qualcosa il corpo?”

“La parete era bianca abbastanza?”

“Si sente sempre lo spirito del tempo a Ljubljana?”

“Cogli mica dei segni?”

“Pensi davvero che ci sia una linea della materia?”

“Non si è ancora stancato del ferro ossidato?”

Era opinione comune che trovare l’arte vera fosse assai difficile. Certi ritenevano che l’arte si nascondesse di proposito per essere scovata e che il gusto del bello non fosse altro che questa ricerca, faticosa e felice, del nascondiglio dell’arte, cui faceva da ricompensa la sensazione di piacere che accompagna da sempre la conquista di un senso. Uno diceva che l’arte era ormai migrata in territori a lei storicamente stranieri e sconosciuti, che si era persa traccia del suo viaggio e che al momento attuale non era affatto pensabile un ritorno al bello così com’era stato, ma tutt’al più un’attesa indefinita e senza oggetto fatta di pura assenza, nostalgia che solo gli animi più tenaci erano in grado di sopportare e di arricchire di linguaggio.

Molti allora si vantavano di esperienze meravigliose e rarissime, di cui erano stati testimoni privilegiati al tempo giusto quando tali esperienze bisognava coglierle, prima che si dissolvessero, e pensavano all’arte come a un miracolo dei tempi, una coincidenza magica in grado di superare e sconvolgere le tristi regole del tempo storico.

Ma c’era chi invece pensava che la storia non minacciasse affatto la bellezza artistica e che, a saperla vedere, l’arte producesse e si manifestasse di continuo, e che anzi fosse proprio lei l’anima più autentica di un tempo storico, al suo pari continuo e quotidiano.

Quelli poi che non parlavano, avendo scelto il silenzio riguardo all’estetica, lanciavano qua e là sguardi così eloquenti che erano più forti di qualunque commento.

Il vignaiuolo ascoltava e partecipava. Girava con una buona bottiglia di vino in mano riempiendo bicchieri e dando bacetti sulle guance e pacche sulle spalle. Chiedeva pareri sulla sua collezione, che era incerta e bisognosa di indirizzo, ed era sinceramente grato a chiunque gli indicasse un nome, una tendenza o uno sviluppo sensato. Cercava seriamente di capire quale dovesse essere la forma del suo amore, come un fidanzato che ha deciso per il grande passo. Era sicuro, e lo diceva a tutti, che il lavoro di Beuys avrebbe lasciato un’impronta inestinguibile sulla sua collezione.

Il maestro intanto non si faceva vedere. Aveva salutato gentilmente i primi ospiti al loro arrivo e poi era sparito in camera dov’era rimasto per tutta la sera. Non aveva lasciato alcuna indicazione circa l’opera che intendeva presentare, rassicurando il vignaiuolo che si sarebbe trattato di un lavoro site specific, cioè fatto apposta per il luogo, da realizzare in presenza degli invitati.

Il vignaiuolo andò a letto pieno di curiosità per l’omaggio del maestro.

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Il mattino dopo, molto prima dell’alba, la casa già fremeva di preparativi per l’arrivo del macellaio, che avrebbe trovato pronti le funi e i coltelli, più tutto l’armamentario di scodelle, tinozze, tavoli puliti, strofinacci, acqua, fuoco… Servono tante cose per ammazzare e fare a pezzi il maiale! Ecco perché tutti si poteva dare il proprio piccolo contributo e, povero animale, partecipare a quella festa atrocemente antropologica.

Beuys era stato uno dei primi a svegliarsi e a darsi da fare. Fin da bambino infatti aveva preferito stare dalla parte degli attori che da quella del pubblico.

Volle accompagnare il vignaiuolo e la moglie nella stalla per far uscire l’animale, parlò con la bestia, suggerì ai due proprietari un certo modo di accompagnarla e spingerla, e quando arrivò il macellaio, vero protagonista di tutto il rito, Beuys lo affiancò dando prova di essere un ottimo assistente. Non c’era bisogno che il macellaio gli dicesse alcunché, Beuys capiva subito il da farsi.

Gli altri ospiti, invece, si svegliarono solo al momento in cui l’urlo acuto e soffocato dell’animale sgozzato squarciò il silenzio in tutte le direzioni.

A nessuno piacerebbe fare quella fine, e urlare è proprio il minimo. A detta del macellaio però, non s’era mai visto un maiale più docile e collaborativo.

Il sangue fu raccolto e subito affidato alla cuoca. L’animale fu fiammeggiato e squartato e pezzo dopo pezzo ridotto a prosciutti, bistecche, fettine e tagli vari.

Beuys si accordò col macellaio per farsi lasciare da parte un grosso taglio di pancetta, che gli sarebbe servito per la sua opera. Il macellaio, inizialmente confuso, trovò poi del tutto naturale l’idea di impiegare della pancetta in un’opera d’arte e usò molta cura nel ripulire e dare forma alla pezza di carne che alla fine misurava esattamente 40 per 60 per 8 cm di altezza — misure non richieste con precisione da Beuys ma ritenute armoniche dal macellaio stesso, che consegnò all’artista il pezzo pulito e regolare che sembrava una lastra di marmo, e su un tavolino di legno di faggio 100 per 100 per 70, semplice e robusto, fatto apposta per spezzarci la carne, con a lato alcuni ganci per appenderci i coltelli.

Il macellaio ci aveva messo tutto il suo gusto del bello e anche questo era dovuto alla capacità di Beuys di rendere magici i gesti altrui e trasformare una prestazione d’opera in un’esperienza estetica!

Fu a questo punto che il vignaiuolo ebbe il sospetto che tra una cosa e l’altra fosse iniziata, inavvertita — e se ne sentiva colpevole — un’azione artistica del maestro, e che l’azione si stesse svolgendo sotto i suoi occhi e quelli dei pochi presenti, essendo gli invitati ufficialmente chiamati per mezzogiorno e, cosa ancora più grave, senza che nessuno avesse pensato a fotografarla! E bisognava fare presto perché l’azione sarebbe finita chissà quando senza alcuna testimonianza.

Fu preso da una incontenibile agitazione — il dilemma tra essere protagonista ed essere spettatore, tra natura e rappresentazione. Non voleva allontanarsi dal luogo, e cioè il magazzino, dove l’azione si stava svolgendo — e senza lasciare traccia di sé pareva disperdere al vento un prezioso accumulo di senso e di bellezza.  Sperava che da un momento all’altro giungesse qualcuno degli ospiti o sua moglie a cui chiedere in fretta una macchina fotografica o una videocamera.

Beuys, accortosi di quella pena e come infastidito domandò: “Ma che succede? Che cos’è che ti inquieta?”

E il vignaiuolo, vergognandosi un po’, riferì il motivo della sua angoscia.

Al che il maestro, che non reagiva mai in modo brusco, censurò deciso le preoccupazioni del vignaiuolo e gli ricordò che l’esperienza artistica ha ali di farfalla, e come queste è bella a guardarsi quanto fatale da trattenere. E aggiunse che la vera azione estetica consiste nel volo della farfalla e non nel fissare – per spilla, immagine o pensiero – le colorate geometrie di quei delicati organi.

Il vignaiuolo arrossì e abbassò lo sguardo, nel silenzio critico del macellaio e del garzone, i quali adesso sembravano molto più disinvolti di lui nel trattare la delicata materia dell’arte contemporanea.

Verso mezzogiorno arrivarono il sindaco e il presidente della provincia, la cui presenza era stata caldeggiata da un influente critico d’arte, il quale li aveva preparati all’incontro col maestro suggerendo semplicità e informalità e ne aveva prevenuto alcune domande troppo ingenue circa la natura e le tecniche delle sue opere.

Altri invitati arrivavano in macchina a gruppi di due o tre, e tra questi spiccavano alcuni giornalisti entusiasti di salutarsi e di esserci.

Alla fine, se si contano anche i potatori, i contadini del vicinato, gli amici di Beuys con i loro familiari, gli ospiti che erano arrivati il giorno prima, il macellaio, il garzone, la vecchia cuoca, più qualcuno capitato per sbaglio, nell’enorme magazzino allestito a macelleria c’erano più di un centinaio di persone convenute vuoi per la presentazione dell’opera che, ed erano pochissimi, per il maiale.

Il vignaiuolo e sua moglie non s’aspettavano tutta questa partecipazione e lei dovette dargli atto che l’arte è un ottimo richiamo per stabilire dei contatti e farsi conoscere. Piuttosto, si chiedeva, sarebbe bastato il cibo?

La gente non si aspetta di poter saziare completamente la fame d’arte, dal momento che è l’arte stessa a crearla, ma è molto meno tollerante quando ha fame di pane e prosciutto! Moglie e marito si confidarono la speranza che buona parte dei presenti se ne tornassero indietro una volta terminata l’azione del maestro e non si prolungassero in chiacchiere e festosità ritenendosi invitati a banchettare.

C’era un vocio discontinuo di persone che aspettavano tutte la stessa cosa: la natura dell’opera, e nel frattempo si guardavano intorno facendo caso a ciò che le circondava, attente a cogliere il segno d’inizio o le prime tracce di una presenza che si sarebbe dovuta materializzare da un momento all’altro. Il gruppo non sapeva neanche dove cercare il proprio centro e come disporsi, intorno a cosa o di faccia a quale muro, tutti stavano come capitava, senza un motivo particolare per rimanere dentro o sulla porta, seduti o in piedi, appoggiati su un lato o sull’altro.

In questa continua distrazione di corpi, quattro marciavano invece in armonia: il macellaio, il garzone, la cuoca e Beuys. Tra di loro c’era un’attenzione reciproca e solidale, una concentrazione che li separava dal resto e li faceva oggetto di un rispetto spontaneo e inconsapevole da parte di tutti gli altri.

Il garzone aveva appena finito di ripulire i budelli, che li affidò alla cuoca per occuparsi invece del fuoco, che ardeva dalla mattina presto, e di tre grandi gratelle sotto le quali sistemò un bello strato di carboni accesi.

La cuoca, messi nell’acqua fredda i budelli, apparecchiò su un tavolo, ricoperto da una tovaglia bianca di lino ben stirata e con l’orlo ricamato proveniente dal corredo di casa, dei grandi piatti vuoti di comune ceramica, decorata a mano con paesaggi bucolici, insieme a una quantità di fette di pane disposte a piramide, e qua e là dei cocci con dentro peperoni fritti con fagioli e verza.

Il macellaio, con un coltello affilatissimo, tagliò dalla pezza di pancetta delle fette tutte uguali e le dispose una sull’altra su un tagliere. E quando ne ebbe tagliate abbastanza, Beuys le prese e le adagiò una per una sulle gratelle e con l’aiuto di un forchettone le sistemò in modo che ce ne stessero molte e le rigirò.

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Quando le fette sembravano ben cotte, le infilzava e trasferiva su due dei grandi piatti, tenuti uno per mano dalla cuoca la quale, una volta riempiti, li portava sulla tavola e ne prendeva altri due. Intanto il garzone era già tornato con una seconda tagliata di pancetta, ancora più abbondante della prima, e Beuys al centro tra i due assistenti — chi gli reggeva il tagliere e chi i piatti e lui piegato sulle gambe col forchettone in mano — diede il meglio di sé mostrando un’abilità da vecchio asador mentre con la mano sinistra toglieva le fette cotte e con la destra sistemava quelle crude, con un ritmo così svelto che le gratelle non rimanevano mai vuote.

Nell’aria si era sparso un profumo tale che tutti i presenti si riunirono intorno al fuoco, allegri e eccitati, con quelli che da dietro non riuscivano a vedere la scena ma l’odore lo sentivano eccome, e poi via a fare la fila per conquistarsi le fette di pane con il succulento companatico. C’erano pure dei piatti di plastica approntati dalla cuoca: prima il pane, poi sopra le verdure e la fetta di pancetta e infine i peperoni fritti come guarnizione. Ma la gente era tanta e così appetitoso il tutto che i più impazienti si facevano lì per lì un semplice crostino, e poi affrontavano la fila, più lenta, di quelli che aspettavano di riempirsi un piatto.

Grazie alla solerzia con cui il macellaio, il garzone, la cuoca e Beuys si diedero da fare a tagliare, arrostire e servire, nessuno rimase senza la sua bella fetta di pancetta, e di quelle fette tutt’altro che sottili ce ne furono abbastanza perché ognuno si servisse a volontà e — certa gente non è mai sazia — ne avanzarono pure per un giro finale e questa volta con il pane abbrustolito. Cosa si riesce a fare con 60 cm di pancetta quando di mezzo c’è l’istinto estetico!

E che festa che fecero tutti quando il vignaiuolo si risolse a tirar fuori le bottiglie migliori dalla sua cantina proponendo un brindisi di lunga vita al maestro e a quanti avevano partecipato, brindisi che fu seguito presto da un altro, stavolta proposto da Beuys, alla natura. I bicchieri risuonavano nell’allegria generale e ci fu anche un piccolo gruppo di paesani euforici che scandirono ad alta voce e ripetutamente il nome “jo-seph-beu-ys! Jo-seph-beu-ys!”, mentre altri presero a urlare “na-tu-ra!…na-tu-ra!…na-tu-ra!…”

Ci fu un momento irripetibile, quando il macellaio, la cuoca e il garzone si strinsero attorno a Beuys e fra le lacrime – lacrime davvero piene di senso – lo abbracciarono e lo baciarono togliendogli pure il cappello e confessando tutta la loro gratitudine e simpatia. L’emozione era altissima e gli invitati scoppiarono in un applauso commosso e partecipe, che si concluse solo quando il sindaco chiese la parola e disse:

“Ma dopo tanto bere e mangiare, chi ce la fa più a vedere l’opera d’arte?”

E giù un altro brindisi, il penultimo, all’opera d’arte per la quale tutti erano lì riuniti.

Stupida e meschina umanità, che non sa neanche riconoscere ciò che invano va cercando! Il sindaco aspettava ancora l’opera d’arte promessa! E non era certo l’unico a non aver capito che l’opera d’arte promessa era appena terminata e che si era trattato di un’azione, cioè di un semplice fatto di vita reale, accuratamente sottratto alla morte e alle logiche mortifere dell’interesse e dello sfruttamento reciproco, appunto di un esempio di bellezza reale, di equilibrata naturalità umana, scorniciata e fatta fluire fra persone reali in un mondo reale durante un tempo reale con la benedizione dell’arte-come-vita.

Dovettero intervenire il critico e il vignaiuolo a diffondere fra il pubblico la persuasione che le cose stessero proprio in quel modo. Dovettero far presto, prima che si creasse una situazione incresciosa per il maestro — che era uno sensibile e perspicace e perciò qualche volta anche a rischio di suscettibilità — e finalmente dopo un po’ tutti avevano compreso bene che il sindaco era stato davvero indelicato nel proporre quel brindisi che così chiaramente sottintendeva un’opera d’arte a venire. Il sempliciotto era stato corto di giudizio non avendo riconosciuto — nella gioia spontanea che era nata intorno alle fette di pancetta e che si era diffusa oltre ogni resistenza dello spirito, contagiando tutti i presenti e liberandoli dal peso politicamente frustrante della propria fottuta condizione di spettatori estetici e dirimpettai dell’oggetto artistico — l’immanenza sociale del sublime.

Niente infatti doveva ancora venire che non fosse già al mondo, tranne forse la coscienza del saper vedere e del voler sentire.

L’ultimo brindisi lo propose il macellaio e si brindò al maiale.

Dopo di che — finito di affettare la poca pancetta rimasta, che sarebbe bastata per sé, per il garzone, per Beuys e per la cuoca — il macellaio diede una pulita al tavolo di faggio e ai coltelli e, mangiata la sua parte in compagnia, si tolse il grembiule e insieme al garzone salutò dicendo che sarebbero tornati il giorno dopo per le salsicce e la lonza.

E si raccomandò che anche Beuys fosse della compagnia.

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Ma così non sarebbe stato e Beuys partì la sera stessa approfittando di un passaggio verso la città.

Salì in camera a prendere lo zaino, che aveva preparato e nel quale sistemò le ultime cose, alcuni piccoli regali ricevuti durante il soggiorno, come i barattoli di pomodoro e di erbe seccate donati dalla cuoca, la camicia che il sarto gli aveva cucito gratis per ricordo, un magnete con su scritto HATE FREE ZONE, regalo della cassiera dell’autogrill.

C’erano tanti bigliettini ammucchiati disordinatamente sul tavolino accanto al letto. Erano indirizzi e dediche ma anche biglietti che gli lasciavano all’ingresso e che lui ritrovava al ritorno da una passeggiata e che dicevano: “ha chiamato x” o “è passato y”.

Lui li raccolse tutti nel lavandino del bagno e gli diede fuoco. Aspettò che bruciassero e poi aprì l’acqua e fece scivolare via ogni cosa.

Il vignaiuolo e la moglie lo aspettavano sull’uscio di casa per l’ultimo saluto.

Ciascuno dei due aveva avuto quanto gli era stato promesso, un po’ di bellezza e la casa più vuota. Perciò i loro cuori erano molto più disposti l’uno all’altro e insieme grati al maestro di avergli fatto ritrovare la pace attraverso la sua arte.

Prima di andare via Beuys volle tornare nel magazzino, dove ancora qualcuno degli ospiti si attardava intorno al fuoco, e con una matita grassa tracciò il suo nome su un punto a caso della parete.

Il vignaiuolo e la moglie gli promisero che non l’avrebbero mai cancellato e restarono sulla porta a guardare Beuys che andava via; Beuys sempre più piccolo, sempre più piccolo, fino a che scomparve del tutto. Anche se, ne siamo sicuri, nessuna scomparsa più di quella avrà mai riverberato fantasmi così presenti, attivi e fecondi.

E senz’altro vissero tutti felici e contenti.

FINE

 

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Le avventure di Joseph Beuys: Joseph Beuys e l’esigenza spirituale.

Testo: Pasquale Polidori

Illustrazioni: Mauro Piccini

 

Si ringrazia Livia Signorini per la gentile collaborazione.

 

Foto: G. Benni.

Roma 2008

 

Vedi anche:

Mitologie beuysiane IV

Mitologie beuysiane III

Mitologie beuysiane II

Mitologie beuysiane V

http://www.pasqualepolidori.com/opere.html#slide-opere-b