Archivi mensili: ottobre 2018


Leggendo Boris Groys (#2): con Marco al museo.

1. Andiamo al museo. Conosciamo il museo abbastanza bene, almeno per quanto si possa umanamente conoscere bene il museo; il quale ha sempre i suoi segreti e le zone nascoste, e quella risorsa di verità che non si espone mai del tutto e tutta insieme, a dispetto della luce chiara che ovunque lo pervade fermamente. Ma le visite ripetute degli ultimi anni ci hanno aperto diverse prospettive e angolature negli spazi del museo, sicché ci muoviamo al suo interno con una certa disinvoltura, e le sue forme architettoniche un tempo insolite, ora non destano più la sorpresa delle prime volte. La struttura ci è diventata familiare; il che va bene, era quello che si voleva: non spaventarsi del museo, non diffidare del museo, non essere timidi con il museo. La newsletter, le attività sociali, l’affabilità del personale, le offerte, le entrate gratuite, tutto è servito allo scopo di addomesticarci al museo. Ora che è stata vinta ogni resistenza da parte nostra, il grande lavoro del museo è scongiurare semmai il senso di scontatezza, mostrarsi cioè ogni volta diverso e rinnovato; e anche evitare che un eccesso di familiarità possa accendere dinamiche pulsionali non favorevoli al rapporto tra noi e il […]

museo-7

cagnone5

entr’acte #8 (5 poesie di Nanni Cagnone)

  Le poesie sono tratte dalla raccolta Doveri dell’esilio, 2002 Il Cobold-Night Mail editore.   Nanni Cagnone (Carcare, 10 aprile 1939) è un poeta e scrittore italiano. Dopo aver debuttato come poeta nel 1954, ha scritto libri di poesia, opere teatrali, romanzi, racconti, saggi e aforismi, da I giovani invalidi (1967) a The Oslo Lecture (2008), a Discorde (2015). (…) Intorno alla propria poesia, Cagnone scrive: «Poesia è questo intervallo fra noi e le cose, questo sentimento interrotto, un oggetto perduto in casa del desiderio. Poesia è un’opera estranea, cosa che il sonno insegnerebbe al risveglio. Essa richiede un sentimento passivo, un pensiero ricettivo, e desideri imparati rispondendo. Poesia non è l’atto di raccogliere il mondo come soccorritori del senso o adulatori del linguaggio, ma il culto senza scopo d’una soverchia figura e l’esperienza d’una fedeltà: quella d’un Dire che non vorrà mai lasciare il suo Taciturno amante. Poesia è agire inoltre, oltre quel che si riesce a pensare».


Leggendo Boris Groys (#1): con Patti Smith, Arthur Rimbaud e alcuni altri fantasmi.

Leggendo Boris Groys (#1): con Patti Smith e Arthur Rimbaud (e molti altri fantasmi). 1. Nel 1980 furono pubblicate, tradotte in italiano e riunite in un unico volume, le due raccolte poetiche di Patti Smith, Witt (1973) e The Night (1976)[1]. In copertina, sotto il titolo ‘poesie rock’, alcune parole pubblicitarie fissavano i cardini di quella poesia nell’allucinazione e nell’erotismo: ‘Viaggi allucinanti e sogni erotici in una poesia giovane e violenta come un ritmo di rock ‘n’ roll’. In realtà, pubblicità a parte, la sintassi sconvolta e febbrile — sulla linea di William Burroughs a cui Witt è dedicato, insieme a Allen Lanier e Arthur Rimbaud, ma anche debitrice verso altre letture, come senz’altro Henry Miller e forse Sylvia Plath, e verso altre visioni, come il cinema di Robert Bresson e Carl Theodor Dreyer — non sarà stata solo un effetto automatico delle droghe allucinatorie; e il desiderio d’amore, piuttosto che confinato in uno spazio onirico soggettivo, trascende in una mistica visionaria, che ambisce a dar forma ad un mondo di angeli e insetti; animali, uccelli, esseri di varia natura e oggetti, tutti metaforizzati; persone reali e viventi; e spettri di morti, per lo più artisti. Una poesia è dedicata […]

20181003_074846