Ragguagli in merito alla forma. Per Rita Mandolini.


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Ragguagli in merito alla forma. Per Rita Mandolini al Macro Asilo.

(PP)

 

1.

Si avverte a un certo punto il bisogno di una forma.

A un certo punto, ma non naturalmente.

Quindi. Infatti. Comunque. A un certo punto.

Certamente, volendo, fortemente, ma non naturalmente.

Si avverte fortemente il bisogno di una forma.

Fortemente vuol dire essenzialmente che vuol dire il troppo d’essere.

Impariamo che il buio non è contrario all’assorbimento o all’esasperazione di essere.

Ci convinciamo che l’assenza di una forma non può che essere momentanea.

Pensiamo che, siamo certi che, immaginiamo che una forma ci è destinata. A un certo punto.

 

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Il bisogno di una forma si fa sentire punto per punto.

È il bisogno di una forma che distanzia i punti l’uno dall’altro.

È il bisogno di una forma che appesantisce ogni singolo punto.

Sentire il bisogno di una forma è la pesantezza in un punto distinto.

Sentire il bisogno di una forma è l’inizio di qualcosa.

Sentire il bisogno di una forma è già qualcosa.

 

Qualcosa è qualcosa che qui non si specifica.

Qualcosa è senz’altro più di niente ma non è ancora la forma.

È poco più di niente o è molto più di niente ma non è ancora la forma.

Non sentire il bisogno di una forma, questo è il niente.

Il bisogno di una forma indica con certezza il superamento del niente.

Superare il niente non vuol dire niente e non è ancora la forma.

 

 

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2.

Un tempo le cose avevano una forma.

Ancora ieri le cose avevano una forma.

In futuro le cose avranno una forma.

Già domani le cose avranno una forma.

Si avvicina il momento della forma.

Si allontana il momento della forma.

Il punto è questo, molto semplice. A una domanda sulla forma segue una risposta sulla forma.

La forma è una sorpresa continua?

No, la forma non è una sorpresa continua.

La forma è l’apparire continuo di qualcosa?

No, la forma non è l’apparire continuo di qualcosa.

La forma è lo sparire continuo di qualcosa?

No, la forma non è lo sparire continuo di qualcosa.

 

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3.

Quel che è accaduto, è accaduto.

Non bisogna rimuovere quel che è accaduto dal punto in cui è accaduto.

Quel che è accaduto è il fondo dell’esperienza.

L’esperienza: un fondo senza superficie.

Né superficie, né fine. Né fine, né finale. Né ultimo, né penultimo.

Né la possibilità di far finta di niente.

L’esperienza non si contratta, l’esperienza non si svende.

L’esperienza non si liquida in superficie.

Non bisogna dimenticare l’esperienza.

Per favore, non dimentichiamo l’esperienza.

Spingiamoci il più possibile verso l’esperienza.

L’esperienza sarà la via maestra della forma.

L’esperienza conduce sempre a una forma.

In fondo all’esperienza ci aspetta una forma.

Lì dietro ci aspetta una forma.

Lì dietro. Lì sotto. Lì dentro. Laggiù.

Anche se l’esperienza non vuol dire necessariamente la realtà.

Né la realtà della materia quando è opaca, né la realtà del suo luccichio.

Si può solo dire / ripetere che: in fondo all’esperienza ci aspetta una forma.

Ma nessuno ha promesso niente a nessuno.

Nessuno ha giurato sulla superficie dell’esperienza.

 

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4.

Ci si assume una bella responsabilità a pensare che non ci sono più forme.

Chi mai vorrebbe un peso del genere sulla coscienza.

La coscienza non accetta che non ci siano più forme.

La coscienza si ribella alla non più esistenza delle forme.

Se la coscienza si accorge che non ci sono più forme, si avvelena.

Prima si avvelena, poi si ostruisce, poi si ritira in modo assoluto.

La responsabilità di pensare che non ci sono più forme è troppo pesante.

Qui rischiamo la tragedia.

 

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5.

Speriamo che la forma ci parli.

Consideriamo questa speranza una prova del nostro essere qui.

Arrivati a questo punto, fissiamo la forma e imploriamo una frase.

Fissiamo la forma con gli occhi, ma non solo con gli occhi.

Imploriamo una frase di parole, ma non per forza di parole.

Per esempio, il minimo sollevamento della linea si considera un segno.

E l’insignificante sottrazione del buio al buio si considera un segno.

Le possibilità sono tante, purché la forma ci parli.

Ci assicuriamo che ci siano margini materiali affinché la forma ci parli.

Speriamo assolutamente e relativamente che la forma ci parli.

Oscilliamo nella speranza che la forma ci parli.

Rendiamo così evidente il fatto che siamo attratti dalla forma.

Ci muoviamo, con moto più o meno esattamente periodico, fra due posizioni estreme.

Più distanti dalla forma, meno distanti dalla forma.

(E tuttavia, lo ricordiamo, nessuno ha parlato di una forma specifica né ha promesso una forma specifica né una superficie dell’esperienza, la quale sappiamo solo che è un fondo.)

Essenzialmente frontali alla forma, e poi infinitamente laterali alla forma.

Un modo per spingere la forma a parlarci.

Vogliamo così creare le condizioni affinché la forma ci parli.

La forma ci parlerà quando avrà nostalgia della nostra presenza.

Ne siamo sicuri. Ne siamo assolutamente e relativamente sicuri in base alla nostra posizione assolutamente relativa al buio.

Per questo oscilliamo tra presenza e non presenza.

 

 

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6.

Se la forma non risponde…

Se la forma non emerge…

Se la forma non si determina…

Se la forma non si incontorna…

Se la forma non ci risulta…

Se la forma non si dà almeno una superficie provvisoria e ipotetica…

 

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7.

Per attrazione o per spinta.

Dopo un certo tempo non è più possibile riconoscere la differenza.

La venuta della forma che ci è destinata aspettiamo.

La venuta, l’arrivo, l’emergenza, la comparsa, la situazione.

La situazione da qualche parte. La situazione a un certo punto.

Evidentemente o non.

 

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Rita Mandolini, Spazio buio. Macro Asilo, Roma, dal 1 al 21 ottobre 2018.