Archivi annuali: 2019


Povera Opera… (Teatro del Collegio della Sapienza, Perugia, 11 maggio 2019)

  Come riconosco la bellezza? Non saprò mai rispondere a questa domanda, eppure so per certo che se c’è qualcosa che mi attira irresistibilmente e inconsapevolmente — essendo io spinta dalla forza ineluttabile delle leggi umane, essendo io nata e dovendo morire, venendo io da un luogo, essendo culturalmente formata, essendo impigliata in un contesto sociale e storico, avendo una lingua e una mente, una testa, avendo intuizioni e pensieri, avendo sensazioni, essendo io naturalmente portata alla sensibilità e alla riflessione, sentire, pensare, sentire, pensare, avendo a disposizione la tecnica e la tradizione, subendo dei condizionamenti incrociati di diverso tipo primo tra tutti quello economico, essendo io strutturata e incanalata — ebbene quello che qui mi attira è la bellezza. Si può dire che io dipendo dalla bellezza come un fiume dalla montagna e una nuvola dal vento. Si può anche dire che mi dedico alla cura della bellezza come una serva a una vecchia padrona che non muore mai. Aspetto che mi mandi un segnale, mi faccia segno di guardare o di chiudere gli occhi, di camminare o di sedermi, di partecipare, di pulirle la bava dalla bocca. Io ubbidisco alla bellezza e sembra che non abbia altra scelta […]

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entr’acte #10 (Non è Andy Warhol il vero scandalo)

. Riproduzione di una pagina de L’Unità dell’11 maggio 1977, dove si dà notizia dello scandalo e della denuncia seguita alla proiezione di alcuni film di Warhol all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Il film incriminato era Couch — 1964, dove sul divano della Factory si susseguono incontri sessuali promiscui fra i frequentatori della open house di Warhol — che è uno dei punti di contatto più sensibili tra arte e vita, un vero nervo scoperto di questa mitica coppia dialettica. Nel caso della proiezione a Macerata, accade che la vita (il sesso su un divano a New York, a inquadratura fissa e unità di tempo reale) fa visita alla vita (gli studenti dell’Accademia di Macerata intenti a vedere il film) attraverso la mediazione di un film d’arte. Warhol non è Genet, non usa il montaggio in senso poetico e linguistico, anzi non lo usa affatto. E questo grado zero del montaggio, come sappiamo, è quel che dovrebbe restituirci un senso di vita vissuta, senza l’imbarazzo di troppi significati e costruzioni. Tuttavia, sarebbe un errore credere che guardando Couch noi stiamo partecipando, fosse anche solo come guardanti, alla vita vissuta o vivente. Anche la scelta dell’inquadratura fissa e la rinuncia […]


KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #13 La lezione-concerto del 2 giugno

Il 2 giugno 2019 si è svolta al Macro Asilo la lezione-concerto che ha concluso il mese di laboratorio. Ecco una selezione di fotografie scattate da Enrico Colantoni e il pdf dell’opuscolo che ha accompagnato la performance. . SCARICA QUI IL PDF DEL PROGRAMMA KS TheManWhoSmiledTooMuch_booklet .            

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KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #12 Baby Bitter

. Nel campo di internamento sull’isola di Man (Hutchinson Camp), destinato per lo più ai tedeschi residenti in Inghilterra o che vi arrivavano come rifugiati, c’era un fervido ambiente culturale, che la prigionia rendeva più sensibile e solidale. Infatti il campo era detto ‘campo degli artisti’, poiché ospitava una percentuale significativa di letterati, musicisti, pittori, e persone interne al lavoro artistico, come ad esempio, il corniciaio Paul Levi, a cui si deve l’impostazione intellettuale e modernisticamente aggiornata del concetto di cornice; oppure il gallerista Max Stern, che nel campo partecipò all’organizzazione di un paio di mostre, dove finirono per essere rappresentate tutte quelle tendenze in Germania soppresse in quanto ‘degenerate’. La sera, professori di diverse discipline provenienti da tutte le università inglesi, si riunivano per non perdere l’abitudine a pensare, e tenevano anche delle lezioni in una zona del campo appositamente riservata all’attività accademica. Kurt partecipava a queste riunioni, e secondo la testimonianza dell’artista, scrittore e curatore Edouard Léon Théodore Mesens, co-direttore della London Gallery, vicino a Schwitters negli anni inglesi e suo collezionista: “Era qui che Kurt dava tutta la misura del suo talento.” Non solo mettendo in atto le sue capacità di performer, ma continuando a lavorare ai […]


KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #11 Il veleno delle cose

Il veleno delle cose. Nel primo numero di Merz, Holland Dada (1923), scrive Schwitters: “Le cose sono inserite nell’immagine o così come sono oppure modificate, a seconda di ciò che l’immagine richiede. Esse perdono il loro carattere individuale, il proprio specifico veleno, essendo valutate l’una di contro all’altra, e per via di una smaterializzazione esse diventano materiali per l’immagine.” È chiarissimo: la perdita del veleno per le cose del mondo (i materiali prelevati dalla realtà quotidiana) è la condizione del loro accesso al nuovo livello linguistico rappresentato dall’arte. Questo trasferimento si chiama ‘merzificazione’; merzificare un oggetto significa fare dell’oggetto un pezzo di espressione all’interno di un nuovo sistema/contesto di linguaggio; un nuovo gioco linguistico — o mondo dai confini tanto definiti quanto essenzialmente ridiscutibili — che scaturisce dalla merzificazione relativa di più oggetti, compresenti nell’immagine, nella scultura, nello spazio della stanza o, anche, nella bocca e nella testa dove gli oggetti (suoni, parole,…) merzificati si danno da fare a copulare. Prendiamo ad esempio un biglietto dell’autobus: qual è il veleno che esso dovrà perdere? Innanzitutto, la sua funzione: non potrà più essere usato, e gli si offre la possibilità unica di potersi emancipare dai suoi doveri commerciali, ossia dalla sua […]

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KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #09 Togetherness, Arabesque, Fant.

Fin da quando fu rifiutato dal circolo dada di Berlino, grava su Schwitters l’accusa di essere un impolitico. Accusa infamante, dal momento che la finalità politica dell’arte è il principio che soccorre l’arte nei momenti di cupezza e miseria della politica, assicurando alla politica un belletto, e all’arte una facile sopportabilità. Le opere siano almeno opere buone; e le opere di Schwitters non erano buone né per i dadaisti berlinesi, né per i nazisti. Lo stigma lo accompagnò fino alla morte; e ancora oggi la riflessione su Schwitters fatica a evidenziare chiaramente il cambiamento di punto di vista messo in atto dall’artista a proposito del rapporto tra arte e politica. Nel panorama europeo, il modo stesso di operare di Schwitters rappresenta il caso più autentico di rivoluzione etica (se proprio si vuole a tutti i costi parlare di rivoluzione): ha spostato l’accento dall’essere al fare, mostrando come nel lavoro poetico si possa dissolvere la rigida soggettività imposta, come un destino inevitabile, dal linguaggio e, in particolare, dalle lingue storiche cosiddette naturali; ha mostrato lucidamente quanto l’arte non sia né questione dell’autore e né questione del pubblico, evidenziando il carattere radicalmente autonomo dell’espressione artistica; ha affermato un modello di artista totalmente […]

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KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #08 The Man I Love

. . The Man I Love George Gershwin / Ira Gershwin   Someday he’ll come along The man I love And he’ll be big and strong The man I love And when he comes my way I’ll do my best to make him stay He’ll look at me and smile I’ll understand Then in a little while He’ll take my hand And though it seems absurd I know we both won’t say a word Maybe I shall meet him Sunday Maybe Monday, maybe not Still I’m sure to meet him one day Maybe Tuesday will be my good news day He’ll build a little home That’s meant for two From which I’ll never roam Who would, would you And so all else above I’m dreaming of the man I love . . https://www.facebook.com/ksthemanwhosmiledtoomuch/  


KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #07 La vita è uguale per tutti

La vita è uguale per tutti. 1887. Nasce ad Hannover. Figlio unico. Nonno materno epilettico. Nonna materna industriosa. Nonno paterno collerico. Nonna paterna morta giovane. Madre, Henriette Beckemeyer, grande lavoratrice; sarta a tredici anni, poi a diciassette direttrice di un negozio di vestiti, a venticinque proprietaria del negozio. Padre, Eduard S., affetto da febbri nervose. Addetto alle decorazioni in un negozio di vestiti. Nel 1886, proprietario di una boutique per signora. 1894. A scuola abbastanza dotato. Ama il disegno e la scrittura. Continua a pisciarsi sotto nonostante l’età. Lo chiudono in bagno per spingerlo a controllarsi. Carattere malinconico. Saliva che cola inaspettatamente. 1897. Primo amore: Else R., vicina di casa, più grande di lui. Dapprima compagna di giochi. Poi non si vedono più: la madre di Else non vuole e la tiene in casa. Fissazione delle finestre di casa di Else. 1898. I genitori vendono il negozio e con il ricavato comprano cinque appartamenti, che garantiranno una rendita alla piccola famiglia. Primo soggiorno in campagna a Isernhagen. Realizza un piccolo giardino dietro casa: rose, fragole, collina artificiale e stagno. Recite teatrali. 1899. Else muore improvvisamente di setticemia. Lui nel suo letto ne vede il fantasma la sera prima di apprendere […]

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KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #06 Pronomi

Nomi e pronomi hanno un ruolo fondamentale nell’opera di Kurt Schwitters. Infatti Schwitters è stato un ‘nominatore’, ossia qualcuno che ha creato dei nomi nuovi e ha lavorato perché avessero un significato. Ci sono allora le opere ‘Merz’ e le opere ‘I’. Della parola “Merz”, disse: “La parola ‘Merz’, quando l’ho creata, non aveva nessun significato. Ora ha il significato che le ho attribuito. Il significato del concetto ‘Merz’ cambia con il cambiamento della conoscenza di chi continua a lavorare nel senso di questo concetto.” Dunque, dapprima arrivano i nomi e successivamente la sostanza che gli proviene dalla vita e dal lavoro. Senza il lavoro linguistico (e artistico, in generale), la materia non arriva al nome e il nome non arriva al senso. Ma vi è che il lavoro linguistico non è niente di rassicurante né di ragionevole. I pronomi, per esempio, fanno un gran casino! Le poesie che seguono sono entrambe del 1919, anno in cui fu coniata la parola ‘Merz’.   Pazzzo pazzzo mondo (Madd Madd World, 1919 circa. Da Jerome Rothenberg, Pierre Joris (a cura di), Kurt Schwitters poems performance pieces proses plays poetics. Exact change Cambridge 2002. Tradotta liberamente dall’inglese da P. Polidori) io tu lui […]


KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #05 I’ve Got a Crush on You

Da dove a dove si estendeva lo studio di Kurt Schwitters? Ricorda Hans Richter: “Un giorno che andavamo in tram al mio atelier di Grunewald, dove passava spesso la notte quando era a Berlino, vidi Schwitters affaccendarsi, le mani dietro la schiena, davanti alla porta che dava sull’interno del vagone. Gli chiesi cosa stava facendo, ma mi fece un segno nervoso. All’improvviso, benché non fossimo ancora arrivati a destinazione, saltò giù dal tram. Era inutile cercare di trattenere quest’uomo di duecento libbre; saltai anch’io. All’inizio non rispose alle mie proteste indispettite, poi a titolo di spiegazione mi mostrò fieramente la targhetta laccata ‘Vietato Fumare’ di venticinque centimetri che aveva svitato dalla porta con un piccolo cacciavite che portava sempre con sé. Per eventualità del genere aveva sempre su di sé un artistico armamentario da ladruncolo. Utilizzò la targhetta in un quadro Merz che rimase appeso alla parete del mio atelier fino alla mia partenza dalla Germania.” (Estratto dal libro Dada Profile, Arche 1958. Traduzione dal francese di Elio Grazioli. In E. Grazioli (a cura di), Kurt Schwitters, Riga 29, 2009, Marcos y Marcos) Il ladro di oggetti, che ovunque li raccatta in preda a un desiderio irrefrenabile di… Di che? […]

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KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #04 Zinnoberfest 7 gennaio 1928

7 gennaio 1928, Zinnoberfest (Festa del cinabro). All’inizio e finché non fu chiara la fama di Schwitters, Hannover non era certo di strada per gli artisti delle Avanguardie. Tanto che fu scontato per il berlinese Richard Huelsenbeck far valere la sua arroganza, e facilmente convincere i membri del circolo dadaista a non ammettere quel provinciale di Schwitters. Ma invece a Hannover c’era gente interessante e intelligente, e che sapeva anche divertirsi, come Käte Steinitz. Quando vi giunse nel 1918, con il marito scienziato Ernst e le due figlie Ilse e Lotti, a cui presto si aggiunse la terza figlia Beate, Käte aveva già studiato all’Accademia d’Arte di Berlino, e poi a Parigi alla Sorbona e alla Académie de la Grande Chaumière, nota per essere una scuola ispirata a principi anticlassici e liberali. Aveva un talento multiforme, che comprendeva le arti visive e la scrittura, sia poetica e narrativa che giornalistica. Sui giornali scrisse di vari argomenti, non tralasciando le automobili, visto che guidare era la sua passione, e adottò degli pseudonimi, come quello di Annette Nobody, tanto per sottolineare la sua ironia a vocazione internazionale. Käte strinse amicizia con Schwitters, e insieme lavorarono a svariati libri per bambini, per la […]


KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #03 Stairway to Paradise

  Stairway to Paradise (I’ll Build a Stairway to Paradise) (Ira Gershwin e Buddy DeSylva / George Gershwin) 1922 [Composta per la serie di varietà George White’s Scandals, spettacoli di varietà di grande successo di pubblico prodotti da George White, le esecuzioni più celebri restano due: quella di Georges Guétary inclusa in An American in Paris (Vincente Minnelli, 1951) e quella di Sarah Vaughan (1958). Il testo è un inno alla danza, celebrata come la strada più breve per raggiungere la felicità. Ma è anche una canzone che sottolinea la potenza irresistibile del desiderio assoluto di gioia, divenuto una forma di disciplina quotidiana: l’allenamento a essere felici. Anche mentre si dorme: When you’ve learned to dance in your sleep / You’re sure to win out. E a condizione di lavorare sulla propria anima: If you work it into your soul / You’ll get to Heaven. Anima, psiche, spirito, soggettività: la canzone infine consiglia di abbandonare la psicoanalisi e darsi alla danza!]   All you preachers Who delight in panning the dancing teachers, Let me tell you there are a lot of features Of the dance that carry you through The gates of Heaven. It’s madness To be always sitting around […]

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KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #02 Genja Jonas

Genja Jonas, l’autrice dei due ritratti più noti di Kurt Schwitters, pubblicati dall’artista nel numero 20 di MERZ, è stata una delle più apprezzate fotografe in Europa tra gli anni Venti e Trenta. Nata a Rogasen (attualmente Polonia) nel 1895, a partire dal 1918 ebbe uno studio a Dresda dove passarono alcuni tra gli artisti più rappresentativi dell’epoca, fra i quali oltre a Kurt Schwitters: il direttore d’orchestra Fritz Reiner; il poeta Theodor Däubler; l’attore Anton Walbrook, fra le prime star della cinematografia; lo scrittore e cabarettista Joachim Ringelnatz, una delle figure più eversive del panorama politico del tempo; il fotografo Walter Peterhans, noto per i suoi corsi al Bauhaus tra filosofia e fotografia; e la danzatrice espressionista Gret Palucca, che non fu l’unica danzatrice della quale Jonas documentò il lavoro. Durante la sua breve vita, ottenne dei riconoscimenti anche all’estero, giungendo a fotografare la famiglia reale inglese; e tuttavia la sua fama è legata ai ritratti della gente comune di Dresda, in particolare i bambini. Perseguitata dai Nazisti, a lei e al marito Alfred Günther, scrittore e giornalista, dal 1935 fu impedito di continuare a lavorare. Morì di cancro nel 1938, alla vigilia della progettata fuga in Inghilterra. Gret […]


KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #01 Il progetto al Macro Asilo

  KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH Una lezione-concerto, specialmente su Kurt Schwitters KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH è una lezione-concerto di storia dell’arte che si ispira alla suggestione esercitata dalla faccia sorridente di Kurt Schwitters, così come l’artista appare nelle foto che gli fece Genja Jonas nel 1926. Apprezzata per l’acutezza psicologica dei suoi ritratti, la celebre fotografa restituì un’immagine dell’amico caratterizzata da una vivida espressione di giovialità, pacifica e ottimista, distante tanto dal tormentato esistenzialismo espressionista, quanto dal furore degli atteggiamenti dadaisti, che del resto l’artista fece propri solo in parte, e con il beneficio di una personalissima interpretazione segnata dalla confluenza e dalla metamorfosi dei tanti linguaggi praticati. In verità, il sorriso di Kurt Schwitters rappresenta un’eresia anche al cospetto della eroicizzata intellettualità di molta avanguardia, che se da un lato demoliva la retorica classicista, dall’altro però instaurava un ideale estetico altrettanto dogmaticamente scolpito, e spesso non esente da rigide implicazioni morali. Schwitters, al contrario, ci offre un modello di soggettività improntato all’apertura verso l’imprevedibile, disponibilità a deviare dai percorsi stabiliti, e fiducia in una sempre possibile ricomposizione di banalità e disastri quotidiani (e storici), in funzione di una natura poetica, intesa a trasformare […]

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DI ME SO TUTTO, 2014

Di me so tutto (tranne il nome). Ovvero: Fuga dal futuro. Per un boicottaggio della Storia dell’Arte. Conversazione con Ugo Brugnoli.

Non so se conosci Max Aub, lo scrittore spagnolo che ha scritto un libro che si chiama Jusep Torres Campalans, inventando una biografia di un personaggio spacciato per qualcuno realmente esistente. Lui è stato un surrealista che ha vissuto in Francia e anche in America. In Messico ha scritto questa biografia del tutto verosimile e dai tratti realistici, che però riguarda un personaggio di fantasia. E si è spinto fino a motivarlo nella realtà, questo personaggio, cioè a creargli una documentazione credibile nonché dei fatti concreti che ne testimoniano l’esistenza. E siccome il personaggio è quello di un pittore cubista, Aub ha dovuto fare delle mostre a suo nome, anche dipingendo, lui e la sua nipotina, i quadri di Torres Campalans, e in pratica inventandogli una vita. Questo è certamente un esempio assai particolare di invenzione del nome. Ma se si parla di pseudonimo, a me interessano anche tutti i casi obliqui, come per esempio Stephen King oppure Jane Austen. Queste diverse soluzioni hanno tutte a che fare con la questione del nome, che torna a porsi ogni volta che io adotto un nome, oppure faccio un’opera e cerco di pensare a quale personaggio può viverla questa cosa. Dei tantissimi […]


Conferma di sensibilità. Conversazione con Francesco Impellizzeri.

Partiamo dalla musica. La musica è un terreno condiviso tra la tua pittura e la performance. Vorrei approfondire il modo in cui la musica, da elemento costruttivo della pittura è diventato anche un’occasione generativa per la performance. La musica è un elemento portante del mio percorso pittorico. Sono stato cresciuto dai miei genitori a suon di musica: mio padre con il violino e mia madre che, ancora oggi ottantasettenne, suona il pianoforte. Questa Musa ha influenzato i dipinti dall’85/‘86 fino a tutto il ‘90, quando iniziano le mie performance, partendo da una serie di quadri, presentati alla personale della Temple Gallery di Roma, in cui l’elemento musicale era centrale. Erano quelli gli anni in cui tu lavoravi con Carla Accardi? In realtà quei dipinti nascono qualche anno prima. Ho iniziato a collaborare con Carla Accardi alla fine dell’87, perciò a cavallo di quegli anni. Ma lei la musica proprio non la ascoltava; non voleva assolutamente che si ascoltasse musica mentre dipingeva. Eppure il suo lavoro ha una componente ritmica. Infatti lei diceva: La musica la faccio io con la pittura. Quando provavo ad accendere la radio, lei diceva: Spegni, spegni! La musica la distraeva. Invece per me è sempre stato […]

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La strada del latte (è un lapsus metalinguistico). Conversazione con Ferruccio De Filippi.

Ferruccio De Filippi + Pasquale Polidori, Conversazione trascritta nel suo libero fluire La strada del latte (è un lapsus metalinguistico), 2018/2019 . . Forse tu mi puoi aiutare, non so se hai gli strumenti per capire come è avvenuto, come si è passati dalla madre col bambino alla sofferenza, al martirio, al dolore, alle lance, al sangue; qual è il Paese confinante in cui è avvenuta questa cosa, partendo dalla Georgia, dall’Anatolia, da tutti i paesi del Levante. Come è avvenuta questa cosa e come finalmente è arrivata, è diventata sofferenza e dolore, piagnisteo, lamentela, peccato, violenza; e la responsabilità è sempre degli altri; sei colpevole e nasci già colpevolizzato, già con la macchia che ti disturba, e dai la colpa agli altri, subito. Ieri sera raccontavo che quando eravamo bambini, non so perchè mi è tornata in mente la nonna di mia madre, che quando noi eravamo bambini era ancora viva, e che ci accudiva, e lei cantava una canzone terribile, di bambini morti in fondo a un pozzo. E questa canzone nella sua idea doveva essere una ninna nanna. Per cui immagino questi pomeriggi passati da lei, che io e mia sorella dovevamo addormentarci con questa ninna nanna […]

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