KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #09 Togetherness, Arabesque, Fant.


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Fin da quando fu rifiutato dal circolo dada di Berlino, grava su Schwitters l’accusa di essere un impolitico. Accusa infamante, dal momento che la finalità politica dell’arte è il principio che soccorre l’arte nei momenti di cupezza e miseria della politica, assicurando alla politica un belletto, e all’arte una facile sopportabilità. Le opere siano almeno opere buone; e le opere di Schwitters non erano buone né per i dadaisti berlinesi, né per i nazisti. Lo stigma lo accompagnò fino alla morte; e ancora oggi la riflessione su Schwitters fatica a evidenziare chiaramente il cambiamento di punto di vista messo in atto dall’artista a proposito del rapporto tra arte e politica. Nel panorama europeo, il modo stesso di operare di Schwitters rappresenta il caso più autentico di rivoluzione etica (se proprio si vuole a tutti i costi parlare di rivoluzione): ha spostato l’accento dall’essere al fare, mostrando come nel lavoro poetico si possa dissolvere la rigida soggettività imposta, come un destino inevitabile, dal linguaggio e, in particolare, dalle lingue storiche cosiddette naturali; ha mostrato lucidamente quanto l’arte non sia né questione dell’autore e né questione del pubblico, evidenziando il carattere radicalmente autonomo dell’espressione artistica; ha affermato un modello di artista totalmente aperto alla collaborazione e perciò anti-autorale; è stato figurativo per amore e per guadagno, astrattista per ideale, costruttivista per adozione e suprematista per amicizia; riteneva che si potesse apprendere dalle ricerche altrui, in ciò dimostrando umiltà, curiosità e un approccio scientifico; le sue collaborazioni con Käte Steinitz, Genja Jonas e Hannah Höch mostrano come non avesse alcun preconcetto di genere, avendo superato il rapporto maschio-artista/femmina-modella, ed essendosi lasciato alle spalle l’oggettualizzazione simbolica tradizionale del corpo femminile; era capace di estrema tenerezza (le lettere alla moglie, i nomignoli alle amiche e agli amici, la sua casa aperta) tanto quanto di anti-romanticismo (Anna Blume, le poesie/filastrocca che tratteggiano un erotismo ritmico e bislacco, dove copulano automobili e animali da cortile); si emancipò dal modello di virilità (eroismo, intellettualismo marziale, rudezza) così comune per la sua generazione, e dal quale non furono immuni né i classicisti né gli avanguardisti, e negli ultimi anni realizzò delle sculture di legno colorato che giocano con la forma fallica, con ironia e allegria (e le intitola: Togetherness; Arabesque; Fant. Ma che assurda dolcezza, visti i tempi e le condizioni di miseria e di salute!). In definitiva, accusare Schwitters di superficialità politica sulla base del fatto che all’interno delle sue opere non compaia un esplicito riferimento alle vicende storiche a lui contemporanee, questo è proprio semplicismo. Equivale infatti a riaffermare una visione dell’impegno politico dell’arte, limitata all’agenda giornalistica, e non misurata alla complessità delle forme etiche storiche. Così, Picasso sarebbe un engagé perché ha dipinto Guernica, pfui…

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