KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #11 Il veleno delle cose


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Il veleno delle cose. Nel primo numero di Merz, Holland Dada (1923), scrive Schwitters: “Le cose sono inserite nell’immagine o così come sono oppure modificate, a seconda di ciò che l’immagine richiede. Esse perdono il loro carattere individuale, il proprio specifico veleno, essendo valutate l’una di contro all’altra, e per via di una smaterializzazione esse diventano materiali per l’immagine.” È chiarissimo: la perdita del veleno per le cose del mondo (i materiali prelevati dalla realtà quotidiana) è la condizione del loro accesso al nuovo livello linguistico rappresentato dall’arte. Questo trasferimento si chiama ‘merzificazione’; merzificare un oggetto significa fare dell’oggetto un pezzo di espressione all’interno di un nuovo sistema/contesto di linguaggio; un nuovo gioco linguistico — o mondo dai confini tanto definiti quanto essenzialmente ridiscutibili — che scaturisce dalla merzificazione relativa di più oggetti, compresenti nell’immagine, nella scultura, nello spazio della stanza o, anche, nella bocca e nella testa dove gli oggetti (suoni, parole,…) merzificati si danno da fare a copulare.

Prendiamo ad esempio un biglietto dell’autobus: qual è il veleno che esso dovrà perdere? Innanzitutto, la sua funzione: non potrà più essere usato, e gli si offre la possibilità unica di potersi emancipare dai suoi doveri commerciali, ossia dalla sua stessa ragion d’essere. Un biglietto dell’autobus che non serve più a niente, è un pezzo di carta libero di essere non sé stesso, sragionato da sé, evviva! Ma non è finita qui. Il biglietto ci ricorda qualcosa? Porta forse ancora su di sé il calore della tasca che lo ha conservato o, peggio ancora, della mano che lo ha timbrato? È il caso che perda anche questo veleno; questa specie particolarissima di veleno che si chiama ‘umanità del biglietto dell’autobus’. Questo veleno è responsabile della nostalgia; e dalla nostalgia alla malinconia, è un attimo; e dalla malinconia al tonfo dell’opera/immagine contro il primo oscuro pavimento-sabbia-mobile disponibile, è meno di un attimo. (A meno che non si voglia proprio questo, ma allora ditelo!) Finito il veleno, o ce n’è ancora? Ci sarebbe ancora il veleno della forma, la forma in quanto forma-sua-propria-del-biglietto; il dover essere, del biglietto, la sua forma di biglietto, compresi gli attributi — il tipo di carta, le scritte, il logo della società dei trasporti. La forma del biglietto è un veleno assai dolce, al confronto con gli altri due tipi di veleno; e anzi, uno pensa: la forma potrà tornare utile all’incastro con gli altri oggetti merzificati all’interno dell’immagine, scultura, ecc. Ma attenzione a non commuoversi troppo per la forma; la forma invoca pietà e finge innocenza, ma la forma diventa una trappola taglientissima se non siete in grado di piegarla a vantaggio dei vostri fini — e lo sapete che non è facile avere una piena lucidità degli obiettivi del nuovo gioco linguistico, che prima di tutto consiste nella sospensione degli obiettivi. Insomma, tenetevi stretta la forma e però diffidate della forma; e non appena sarà possibile fatela a pezzi e rendetela irriconoscibile; buttatela in qualche fratta lungo la strada. Rifatevi un linguaggio e una vita!

In ultimo, occorrerà tenere presente che il veleno non si toglie mai del tutto, e che non c’è da farsi illusioni: prima o poi, il veleno risbuca da qualche infinitesimale poro di superficie, e torna a invadere il gioco linguistico, soffocandovi. La casa ti si è riempita di nuovo di significato, pure morto di fame e bombardato. E allora? Allora te ne torni al vecchio espressionismo senza fare storie. In fondo, ti è andata bene. Poteva toccarti qualche nuovissimo perbenismo intellettualistico del cazzo.

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