KS THE MAN WHO SMILED TOO MUCH #12 Baby Bitter


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Nel campo di internamento sull’isola di Man (Hutchinson Camp), destinato per lo più ai tedeschi residenti in Inghilterra o che vi arrivavano come rifugiati, c’era un fervido ambiente culturale, che la prigionia rendeva più sensibile e solidale. Infatti il campo era detto ‘campo degli artisti’, poiché ospitava una percentuale significativa di letterati, musicisti, pittori, e persone interne al lavoro artistico, come ad esempio, il corniciaio Paul Levi, a cui si deve l’impostazione intellettuale e modernisticamente aggiornata del concetto di cornice; oppure il gallerista Max Stern, che nel campo partecipò all’organizzazione di un paio di mostre, dove finirono per essere rappresentate tutte quelle tendenze in Germania soppresse in quanto ‘degenerate’. La sera, professori di diverse discipline provenienti da tutte le università inglesi, si riunivano per non perdere l’abitudine a pensare, e tenevano anche delle lezioni in una zona del campo appositamente riservata all’attività accademica. Kurt partecipava a queste riunioni, e secondo la testimonianza dell’artista, scrittore e curatore Edouard Léon Théodore Mesens, co-direttore della London Gallery, vicino a Schwitters negli anni inglesi e suo collezionista: “Era qui che Kurt dava tutta la misura del suo talento.” Non solo mettendo in atto le sue capacità di performer, ma continuando a lavorare ai quadri e alle sculture, con ciò che rimediava in quell’ambiente di privazioni. Mai come in quel contesto, occorreva togliere il ‘veleno alle cose’, levargli quel significato indesiderabilmente storico che avevano addosso, e liberarle alla merzità di una nuova natura. In cambio dei ritratti che faceva in gran numero sia ai comandanti e sia ai prigionieri, otteneva la concessione di uscire ogni giorno dal campo e recarsi in un granaio lì vicino, che usava come atelier. In un anno e mezzo di internamento, Schwitters realizza più di 200 opere, fra le quali anche delle puzzolenti sculture di porridge indurito.
Ma anche gli riprendono gli attacchi di epilessia e la malinconia; due presenze che risalgono all’infanzia, e che agli occhi degli altri prigionieri rendevano ancora più singolare la stranezza di quell’uomo.

Richard Friedenthal, prima di diventare l’illustre autore di biografie molto celebri, quali quelle di Leonardo, Goethe, Diderot, Lutero e Marx, fu anch’egli internato nel campo di Hutchinson. Alla fine di quella esperienza, pubblicò un romanzo, Die Welt in der Nußschale (1956, Il mondo in una conchiglia) utile a ricostruire l’ambiente del campo, le relazioni umane e i tanti personaggi che lo popolavano. Fra questi, Schwitters compare sotto il nome romanzesco di Baby Bitter.
A Baby Bitter è anche dedicata una ballata scritta nel 1964 da Paul E. Sinclair, mediocre musicista di Manchester che ebbe il privilegio di conoscere Schwitters nel 1945, quando era studente al Royal College of Art di Londra. Il collegio infatti era stato evacuato in seguito ai bombardamenti, e tutti gli studenti trasferiti a Ambleside, dove Schwitters ebbe l’ultima dimora.
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La ballata di Baby Bitter

Chi lasciò aperta la finestra del mondo
Che senza sosta sbatte nella testa?
Oh, non c’è modo alcuno di richiuderla
L’unica strada promessa è l’incantesimo

Ad ogni soffio d’aria nella notte
Tu ti innamori di cose molto semplici
Crepa nel muro abitata da un ricordo
Un guscio d’uovo la casa del tuo cuore

Fanno rumore i vuoti degli oggetti
Solleva il letto una lingua segreta
Bisbiglio astratto, accordo degli spigoli
Sarà la soglia o forse è la maniglia?

Sono le foglie dell’albero lì fuori
Che ti domandano di fargli una carezza
Di dargli un bacio in forma di pensiero
Giurargli eterno amore passeggero

 

(The ballad of Baby Bitter, 1964 circa. Da J. B. Sent (a cura di), More and Less Manchester Ballads, Brilliant Press 1981. Tradotta liberamente dall’Inglese da P. Polidori)

 

KS, the man who smiled too much