entr’acte #10 (Non è Andy Warhol il vero scandalo)


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Riproduzione di una pagina de L’Unità dell’11 maggio 1977, dove si dà notizia dello scandalo e della denuncia seguita alla proiezione di alcuni film di Warhol all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Il film incriminato era Couch — 1964, dove sul divano della Factory si susseguono incontri sessuali promiscui fra i frequentatori della open house di Warhol — che è uno dei punti di contatto più sensibili tra arte e vita, un vero nervo scoperto di questa mitica coppia dialettica. Nel caso della proiezione a Macerata, accade che la vita (il sesso su un divano a New York, a inquadratura fissa e unità di tempo reale) fa visita alla vita (gli studenti dell’Accademia di Macerata intenti a vedere il film) attraverso la mediazione di un film d’arte. Warhol non è Genet, non usa il montaggio in senso poetico e linguistico, anzi non lo usa affatto. E questo grado zero del montaggio, come sappiamo, è quel che dovrebbe restituirci un senso di vita vissuta, senza l’imbarazzo di troppi significati e costruzioni. Tuttavia, sarebbe un errore credere che guardando Couch noi stiamo partecipando, fosse anche solo come guardanti, alla vita vissuta o vivente. Anche la scelta dell’inquadratura fissa e la rinuncia al montaggio espressivo, è una potentissima scelta poetica, e noi non siamo testimoni né di Couch né di Un chant d’amour. Noi arriviamo inevitabilmente dopo che l’arte ha già sorpassato la vita. Alla fine, si intende anche questo per dialettica arte e vita: l’arte che si intromette tra due momenti di esistenza, talora in modo (apparentemente) solo nominalistico, obbligando questi due momenti vitali a divenire due differenti livelli di esistenza, cioè separandone i piani. Nel 1964, la vita era il divano. Poi, arriva Couch, il film girato e pensato da Warhol, e il divano non è più solo la vita. Nel 1977, la vita è la proiezione di Couch, la denuncia che ci fu a Macerata e il processo che ne seguì, avente per oggetto un’opera d’arte che molti ritenevano semplice pornografia, alla quale si negava il diritto di asilo nei contesti del consumo estetico. Ma già il processo e la pagina di giornale, se assunti come ready-made — ovvero se fatti oggetto di culto linguistico ed estetico — spingono il momento vitale della proiezione a Macerata verso un livello oggettuale più profondo. Questa profondità non è solamente la storia, ma è la germinazione e distacco del piano poetico da quello dell’esistenza. Grazie a Marco Santarelli, allora curatore e responsabile della proiezione incriminata, per la testimonianza e per il materiale. (PP)