Povera Opera… (Teatro del Collegio della Sapienza, Perugia, 11 maggio 2019)


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Come riconosco la bellezza? Non saprò mai rispondere a questa domanda, eppure so per certo che se c’è qualcosa che mi attira irresistibilmente e inconsapevolmente — essendo io spinta dalla forza ineluttabile delle leggi umane, essendo io nata e dovendo morire, venendo io da un luogo, essendo culturalmente formata, essendo impigliata in un contesto sociale e storico, avendo una lingua e una mente, una testa, avendo intuizioni e pensieri, avendo sensazioni, essendo io naturalmente portata alla sensibilità e alla riflessione, sentire, pensare, sentire, pensare, avendo a disposizione la tecnica e la tradizione, subendo dei condizionamenti incrociati di diverso tipo primo tra tutti quello economico, essendo io strutturata e incanalata — ebbene quello che qui mi attira è la bellezza.

Si può dire che io dipendo dalla bellezza come un fiume dalla montagna e una nuvola dal vento. Si può anche dire che mi dedico alla cura della bellezza come una serva a una vecchia padrona che non muore mai. Aspetto che mi mandi un segnale, mi faccia segno di guardare o di chiudere gli occhi, di camminare o di sedermi, di partecipare, di pulirle la bava dalla bocca. Io ubbidisco alla bellezza e sembra che non abbia altra scelta che sottomettermi alla bellezza. Il mio obbligo è morale e politico. Non posso che credere nella bellezza. Così mi affido alla bellezza e lascio che mi parli e mi istruisca. Io ascolto la bellezza e mi apro alla bellezza. Avrò mai abbastanza porte per la bellezza? Forse devo costruirne altre? Ma quanto costa costruire le porte alla bellezza e dove li prendo tutti questi soldi?

La bellezza mi insegna che esistono dei punti di vista. Se mi stendo sull’erba fresca e verde, dopo un allegro pic-nic, la bellezza apre la mia mente alla percezione di un cielo incredibilmente denso di significati e sfumature di uno stesso microscopico significato. Ma se cammino affamata e stanca e annichilita sotto un cielo minaccioso per le strade di una città devastata dalle guerre o distrutta dalle catastrofi, allora la bellezza mi indica la toccante profondità del lato umano del disastro e alla fine il senso di tutto diventa completamente evidente. Poiché per la bellezza non c’è sciagura che tenga, tutto fa brodo, fame e amore, guerra e pace, miseria, ingiustizia, la bellezza si nutre di tutto, arriva e scopre il suo punto di vista, fa precipitare uno straccio di senso in sostanziosa sensazione.

La bellezza può parlare dei grandi temi della vita per poi scivolare su argomenti apparentemente senza importanza come la forma di una nuvola o le briciole sparse sulla tavola. Ma io so che la bellezza non parla mai a vanvera e sa sempre dove vuole arrivare. È una questione di tempo e prima o poi sicuramente la bellezza giungerà al punto cruciale della questione e rivelerà la verità. Poiché la bellezza ha un istinto speciale per la verità, la bellezza fiuta la verità nell’oscuro sottobosco delle falsità della vita. La menzogna è finita quando gira la bellezza. Se ho fame di verità non ho che da seguire la bellezza. E se la verità è dolorosa da vomitare non è certo colpa della bellezza. Semmai la bellezza farà del suo meglio per aiutarmi a sopportarla, per spingermi a reagire, per consolarmi, risollevarmi.

La bellezza accresce il mio senso di responsabilità e fra i suoi obiettivi vi è quello di mostrare una via di uscita da una situazione dolorosa o ingiusta. È la bellezza la via di uscita dalle ingiustizie. La bellezza si fa semplicemente carico delle ingiustizie, le individua, le assume alle sue dipendenze, le incorpora, le digerisce e le ricaca. Prende un esempio concreto di ingiustizia, lo trasforma in simboli, moltiplica i simboli, li associa e li combina, li tramuta in forma e materia e infine riporta quell’esempio concreto agli occhi di tutti sotto sembianze nuove. E si sa che quando una cosa è nuova allora la scommessa è chiamarla col suo vero nome. La bellezza ha un’infinità di nomi. E ogni nome è una storia, la storia della scoperta di un’evidenza, l’evidenza della bellezza nelle forme del mondo.

Senza la bellezza come potrei vivere e morire? Nervo che attraversa tutta la storia umana e disumana, senza la bellezza il tempo non avrebbe direzione, le mie lacrime non si raccoglierebbero in un canto, i miei sorrisi non splenderebbero in tutta la loro forza espressiva, i miei pensieri non si solleverebbero a comprendere il mondo e io non avrei scampo. Finita. Che sarei io senza la bellezza? Una merda d’asino mangiata dalle mosche. Una mollica di pane caduta sotto il divano. Una terra deserta e senza nome. Lo stomaco di chi muore di fame. Una barca abbandonata alle correnti. Un essere incapace di volto. Una santa senza dio. Una materia senza spessore. Un movimento senza motivo. Una pagina senza spaziatura. Una cornice infinita del niente. Polvere che non ha ombra.

La bellezza ha a che fare con tutti i sistemi, gli innumerevoli sistemi all’interno dei quali la bellezza si giustifica e si manifesta, sistemi organici, meccanici, ottici, acustici, statici, dinamici, ideologici, geografici, fisici, politici, economici e linguistici. C’è forse qualcuno che possa dirsi estraneo a uno di questi sistemi? Sì, la bellezza tocca tutti, in ogni parte del globo e in ogni circostanza, non guarda al sesso, né all’età né al portafoglio, e le più critiche e umilianti condizioni materiali di esistenza non arresteranno del tutto l’avanzata della bellezza. La bellezza è semplicemente inevitabile. Davvero la bellezza ha una natura potente, sottile e pervasiva, incontrastabile e molto molto complessa! Non sentite forse la voce della bellezza che vi attira nel cuore armonioso di un sistema?

Sul piano materiale la bellezza riempie svuota occupa sgombera compone scompone crea distrugge trasforma eccetera eccetera. Mentre sul piano ideale la bellezza delinea mette in relazione oppone accomuna sottolinea cancella riflette rappresenta suggerisce fa dialogare eccetera eccetera. Ma mi sento così stupida all’idea di cimentarmi nell’elenco completo delle capacità della bellezza. Ovviamente in presenza della bellezza non mi faccio troppe domande. Sono semplicemente felice di lasciarmi andare alla bellezza e a tutte le implicazioni che essa porterà nella mia vita e nell’ambiente (naturale, architettonico, organico e inorganico) che mi circonda. Felice e ignorante dei motivi della bellezza, completamente assorbita nella bellezza, di cui non so dire niente e non saprò mai niente.

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Pasquale Polidori, Povera Opera, 2017, testi e audioregistrazioni. Esecuzione dell’11 maggio 2019, con Pasquale Polidori e Tianji Xu, Teatro del Collegio della Sapienza, Perugia. Nell’ambito di Cazzotto 2019, interventi d’arte nel centro di Perugia, a cura di Simona Frillici e Giassi Piagentini. Foto: Steve Natterstad (in alto) e Filippo Moroni (in basso).

 

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