Leggete OBSOLETO ! Capitolo 2.


Lettura #7 di OBSOLETO

capitolo 2

Alla stazione: un libro davvero romantico.

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Nessun altro ambiente custodisce il carattere del romanzesco quanto le grandi stazioni all’alba, affollate di esistenze e di casualità. Potrebbe accadere di tutto, nella programmata routine dei pendolari.

In fondo, l’unica suspense garantita da OBSOLETO è tutta qui, riposta nella eventualità che, da un momento all’altro, una frase prenda a significare qualcosa di attendibile, una coerenza che duri oltre la quindicina di parole; la traccia di una storia, magari. Come alla stazione, all’arrivo dei treni, le frasi si liberano in tutte le direzioni, e a piccoli gruppi raggiungono destini scollegati; o che, almeno dapprincipio, non sembrano dipendere gli uni dagli altri. Poi magari, andando avanti un pezzo di discorso si aggancia a un altro pezzo di discorso già letto un capitolo fa, qualche pagina addietro, dandoci l’impressione che — sotto sotto, in modo sparso, ormai insperabilmente, e desolatamente — a un certo punto stia per emergere la figura di un unico destino, che però, arrivati a questo punto della lettura, quasi ci dispiace. Ormai ci siamo abituati alla sconnessione e all’incoerenza del discorso, e una parte di noi ne è conquistata e ritiene che non sia affatto il caso di desiderarlo, il destino. Per varie ragioni, più intuitive che razionali, il sospetto è che sia molto meglio non avere alcun romanzo, e che proprio il romanzo è la causa numero uno di tutti i mali; sicuramente delle pene morali. Questo è già un risultato importante di OBSOLETO: averci divisi, tra il desiderio del destino e il rifiuto del destino; e averlo fatto, per ironia della sorte, attraverso (l’illusione e il sacrificio di) ciò che abbiamo di più caro e gratuito, cioè il raccontare parola per parola quel poco o tanto che ci accadde.

OBSOLETO, romanzo di Vincenzo Agnetti, fa a suo modo la parte del romanzo. Lui, lei, la donna, la sorellina, la lettera, la sedia, l’uomo seduto, l’uomo che apre la finestra, la finestra cento volte richiusa e riaperta, l’altra donna, colui che chiede, colui che parte senza dire, le scuse, le lamentele, la stessa casa, la periferia della città, la sagoma, la base del rifiuto, il segreto confidato, il teatro, o vai a capire quale altra illusione di ricorrenza, di ritorno di parola in OBSOLETO — che poi comunque non funziona in nessun modo. I pezzi non combaciano e, per fortuna o per disgrazia, OBSOLETO si conferma un romanzo inconcludente. Come una giornata di azioni senza finalità, e frasi che non si sommano nel senso giusto, ossia in modo moralmente efficace.

Ma ecco, proprio per questo, l’esperienza impagabile: portarsi OBSOLETO alla stazione la mattina presto e, appoggiati al pilone, ad alta voce dare lettura del fallimento degli incroci delle frasi e dei destini. Niente come OBSOLETO, in-questo-senso.

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