Leggete OBSOLETO ! Capitolo 6.


Lettura #4 di OBSOLETO

capitolo 6

Un romanzo da fiato sospeso.

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Il ritmo del respiro intreccia un rapporto originario con la narrazione. Quando non esisteva la scrittura, tutto ciò che si raccontava doveva fare affidamento sul ritmo e sulla durata del fiato, e quindi sulla drammaturgia della voce. Le frasi erano cadenzate, ricorsive e ripetitive nella struttura, spesso dialogiche, e mai troppo lunghe. Poi arrivò la scrittura e le frasi diventarono sempre più lunghe, più lunghe, più lunghe, fino a Proust.

Da qualche parte del nostro inconscio di lettori, il fiato funge ancora da soglia del senso. La frase minima, ossia di minimo significato sufficiente, conclude il suo giro di parole molto prima che da un respiro si passi al successivo. E queste sono le frasi come, per esempio: ‘dimmi’, ‘capisci?’, ‘me ne vado’, ‘vattene’, e simili. Quando poi il periodare si fa più complesso, allora il respiro dovrà tener conto dei vari punti in cui il significato batte, in modo da poterne accompagnare l’espressione. Prima che Proust si risolva a chiudere una frase col punto, possono passare molto più di un centinaio di parole, e all’impresa di leggerle tutte non basta certamente un solo respiro. E lo stesso accade quando il senso si trova distribuito in una catena di frasi successive che mirano a creare una suspense. Non per niente, infatti, quando si dice ‘stare col fiato sospeso’, si vuole indicare il sentimento che qualcosa di importante sta per accadere, e quindi la condizione di chi attende l’arrivo di un bel significato molto grave.

Innanzitutto, OBSOLETO non ha frasi lunghe; e anzi i punti, spesso posposti a un’unica parola, intervengono ad arrestare certe frasi prima che si siano disposti tutti gli elementi necessari a concluderle. Frasi come: ‘Capienza del solo duemila posti.’ oppure ‘di certi gu.’ oppure ‘Le vostre proposte erano purtroppo.’, non sono affatto rare. Dunque non c’è proprio bisogno di tirare più respiri in una stessa frase.

OBSOLETO, poi, non presenta mai una successione di frasi collegate da una stessa tensione drammatica. Di solito, dopo un paio di frasi brevi, già si cambia discorso; e magari assisteremo a una ripresa di quelle frasi a distanza di pagine o da un capitolo all’altro, chissà. Ecco come inizia il capitolo 11, fingendo inizialmente una direzione, la descrizione di un ambiente domestico, per poi svoltare decisamente e immettersi in un buio totale di senso:

‘Come la sera dopo nella stessa camera quadrata e ingombrante. Mobili scuri con un lampadario al limone rivestito da una specie di siparietto di cotone rosso. Ogni cento metri un semaforo con puntini neri in una luce di eterni. in un incrocio tictoso. sfrecciabile. morto. Eppure sono ancora l’artefice. Poi uscì. Ricalcando lo stesso tempo non goduto. non creato. così. in tutte le dimensioni possibili e pensabili sull’orlo inconcludente della visione. indicando qualcosa per far perdere le proprie tracce.’

Dunque, se da un lato il respiro è troppo per una frase sola, dall’altro il respiro è inutile. Nel senso che è del tutto vano regolare la respirazione sull’attesa espressiva del senso, dal momento che il senso, non appena accennato, già finisce senza decadere, senza essersi concluso.

Sperimentiamo allora la carenza di senso di OBSOLETO nella sospensione del fiato, nei tre seguenti modi.

Modo (a) della sospensione del fiato: lettura in silenzio a fiato sospeso.

Sediamoci tenendo tra le mani una copia di OBSOLETO chiusa. Tiriamo dei mezzi respiri, quelli che normalmente non destano un’attenzione particolare; non dei respiri profondi, che ci impegnerebbero troppo e sarebbero innaturali. Respiriamo e respiriamo, dandoci un ritmo privo di drammaticità, e come se tutto quello che c’è da fare fosse il tirare dei mezzi respiri. Così per un po’ di tempo, finché sentiremo che è arrivato il momento della lettura. Allora, sospendiamo la respirazione: evitiamo di espirare l’aria già immessa, non fiatiamo, teniamo la bocca leggermente aperta. Apriamo adesso la copia di OBSOLETO al capitolo scelto, e leggiamo in silenzio fin quando è possibile restare col fiato sospeso. Man mano che leggiamo, facendosi più urgente il bisogno di respirare, sentiremo la testa girarci appena appena, e soffriremo leggermente l’impazienza dell’aria (e del senso). Richiudiamo il libro e riprendiamo la respirazione. Di nuovo, arrivato il momento di leggere, riapriamo il libro e continuiamo la lettura.

Modo (b) della sospensione del fiato: ad alta voce, ad ogni punto un respiro.

In questa seconda modalità della sospensione, si tirano dei respiri profondi e si espelle l’aria quasi totalmente prima di leggere la singola frase fino al punto. Poi di nuovo un altro respiro, si espelle l’aria, e si legge la prossima frase fino al punto. Sarà come, lungo un percorso, ritmare il passo col respiro. Qui, il passo è misurato alla frase fino al punto. In questo modo, il bisogno del senso dovrebbe attenuarsi fino a scomparire del tutto. Come se ogni respiro facesse pulizia delle precedenti aspettative.

Modo (c) della sospensione del fiato: ad alta voce fino all’estremo esaurimento del fiato.

L’esercizio di questa modalità di lettura proviene da una riflessione svolta sulla scrittura di Proust, in occasione dell’invito da parte di Helia Hamedani a partecipare a una serie di lezioni, da lei curate, sul tema del gioco [1]. Il gioco che io proposi si chiamava Apnea Proust e consisteva nel misurarsi nella lettura, in un solo respiro, di una lunghissima frase tratta da La strada di Swann. Vinceva chi riusciva a spingersi più lontano nella lettura, senza riprendere fiato.

Nel caso di OBSOLETO l’esercizio assume un carattere doppiamente paradossale. Infatti, se con Proust è chiaro che il tentativo di durare più a lungo risponde alla concreta possibilità di esaurire l’attesa di senso, raggiungendo la fine della frase, con Agnetti non c’è alcuna attesa che debba essere soddisfatta; e perciò si cercherà di progredire il più possibile nella lettura, consapevoli però che questo non ci porterà da nessuna parte; come nuotare sapendo che l’approdo non esiste. Nel caso di OBSOLETO, non vince nessuno, dal momento che non esiste una parola più estrema di un’altra parola; non esiste dal punto di vista della conclusione della frase, o del senso narrativo distribuito su frasi successive. In qualunque parte del testo il nostro respiro ci abbandoni, sarà sempre un punto qualunque, e non avremo guadagnato più significato che se ci fossimo arrestati dieci parole prima. Tuttavia, è emozionante vedere su quali parole precisamente andrà il fiato a ultimarsi. Si possono sottolineare queste parole, ottenendo alla fine una ghirlanda di parole che chiameremo: le parole di OBSOLETO dove mi è finito il respiro.

 

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[1] Gioco #4, Pasquale Polidori: Un bel gioco dura poco, a cura di Helia Hamedani, Dizionario del Macro Asilo, 17 settembre 2019, museo Macro Roma.