Leggete OBSOLETO ! Introduzione.


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OBSOLETO: niente da scrivere, tutto da leggere.

Introduzione ad alcune letture del romanzo di Vincenzo Agnetti.

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Forse OBSOLETO non fu scritto per essere letto, e si potrà pure immaginare che né Agnetti né Scheiwiller si preoccupassero troppo del rischio che il romanzo senza contenuto finisse soltanto sfogliato e poi messo da parte, ovvero collocato, come accade alle opere d’arte visiva — e non ai libri — in una posizione di guardabilità anziché di leggibilità, quale esperimento eccentrico ed extra-, oltre che de-, narrativo.

È certo però che OBSOLETO non fu scritto per essere scritto. Vi si trovano infatti manifeste in modo radicale altre intenzioni operative che non la scrittura; e sono quelle intenzioni motivate dalla sensibilità sperimentale di impronta strutturalista, che negli anni della composizione [1] di OBSOLETO nutriva la linguistica e le teorie delle arti.

OBSOLETO rappresenta un oggetto esterno tanto alla letteratura quanto all’arte; un essere-non-proprio che fa da punto di fuga negativo alla prospettiva di un doppio medium: il romanzo e il sistema linguistico della produzione di senso; entrambi usati per un reciproco annullamento.

Eccessiva dominanza della funzione sintattica su quella semantica; simulazioni del senso, presto e continuamente interrotte; sostituzioni lessicali improprie; creazioni di lacune di ogni tipo all’interno della frase; alternanza immotivata e incoerente di maiuscole e minuscole; dislocazioni eccentriche di parole nella pagina; finte parole; dissoluzione della parola nelle seduzioni visive del carattere tipografico; variazioni della spaziatura dei caratteri; spazi lasciati troppo vuoti; inserti di cifre, formule e segni non verbali senza spiegazione… È lunga la lista di operazioni linguistiche che, sopravanzando il solo obiettivo della scrittura, fanno di OBSOLETO un libro che libera la scrittura dalla fissazione di se stessa, dai suoi doveri di senso e dalla sua congenita riflessività.

OBSOLETO manda in vacanza la scrittura, lasciando che essa si annoi e si svaghi, e continuamente si distragga dall’avere l’unico obiettivo di essere se stessa, ovverosia cercare in sé la sua propria ragione, o conclusione. E ovviamente — conseguenza che rappresenta forse il più chiaro (l’unico?) significato conchiuso di questo libro straordinariamente aperto — liberando la scrittura da se stessa, OBSOLETO rende la lettura indipendente dalla scrittura e sancisce la totale responsabilità, da parte di chi legge, di ideare dei modi diversi e personali di leggere OBSOLETO.

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Sarà allora da cogliere un valore morale, in questa emancipazione della lettura dalla scrittura, e cioè, in definitiva, nel primato del leggendo sul leggibile. È infatti nell’affermarsi, senza garanzia di ragione, di questo puro-fare/puro-leggere — in sé fittizio in quanto auto-costituitosi, indipendentemente da ogni interpretazione delle parole scritte — che troviamo espressa una responsabilità attinente interamente al comportamento di chi legge, e che perciò comprende la lingua in un abbraccio di situazioni, atti e materie che poi, a un certo punto, potranno benissimo non avere più nulla di verbale. Si ricordi che la logica gerundiva della scultura, introdotta in questi termini da Richard Serra, non portò affatto al dissolvimento della scultura in quanto oggetto, se non nel senso del suo trapassare a uno stadio di amplificazione dell’oggetto-scultura: in quella logica gerundiva, lo scultore stesso nell’atto del facendo si trova assorbito in un regime di oggettualità totale, che sorpassa la finitezza concreta dello scolpito in direzione dell’infinito scolpire. Così il leggendo non dissolve la lettura, bensì le offre una preziosa possibilità di espandersi oltre se stessa. Non si perde l’oggetto; lo si trasforma in esperienza.

Uno dei modi più elementari di leggere OBSOLETO è sedersi vicino al libro chiuso, a una distanza che supera di poco la misura del braccio, per un tempo abbastanza lungo, senza toccare il libro e rimanendo in silenzio. Questo tipo di lettura, apparentemente negativa, in realtà realizza un’esperienza domestica e affettiva, mettendo l’accento sulla compresenza, nei luoghi della quotidianità, tra OBSOLETO e chi (non) lo legge; la chiave di questa lettura essendo semplicemente lo stare in prossimità di OBSOLETO; condividere la stessa stanza, l’aria, il mondo, il passare dei minuti; riconoscere a OBSOLETO il diritto ad essere una cosa poggiata, totalmente libera di non dire e la cui sola presenza supera ogni possibile contenuto che in esso possa trovarsi espresso. E quindi, essere noi l’accanto di OBSOLETO; materialmente occupando il posto da cui desiderare che si avveri la promessa di OBSOLETO, l’ipotesi costruttiva di OBSOLETO: che la lingua sia in gran parte un automatismo inutile e infruttuoso; e così gli sbattimenti a esprimere e narrare. Eccolo un primo modo di leggere OBSOLETO: accettarne la lezione e non domandare più il significato. Mantenendo una certa vicinanza a OBSOLETO.

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Vi sono tanti altri modi di leggere OBSOLETO, e davvero l’esperienza delle letture è destinata a far emergere una dicibilità volumetrica del testo che, seppure per principio inesauribile, sarà un po’ meno incognita.

Del resto, un libro che non è stato scritto come si doveva scrivere, non può essere letto come si doveva leggere. Dicendo: OBSOLETO non si può leggere!, affermiamo di sapere cosa significa ‘leggere’, così come sappiamo cosa significa ‘masticare’ o ‘fischiare’. Ma quel che propriamente fa OBSOLETO è spingerci a dubitare del significato stesso della lettura. È l’invito a fare finalmente una revisione critica dell’atto di lettura, basata su un assioma paradossale: forse noi non sappiamo cosa significa ‘leggere’. OBSOLETO ci offre la possibilità di scoprirlo. In questo senso, la verità di OBSOLETO non risiede nella scrittura, quanto piuttosto essa è promessa nella lettura, e cioè fuori dal suo concluso essere-composto e dentro la spazialità spalancata del suo ri-comporsi/s-comporsi in ogni singola esperienza di lettura di OBSOLETO. Abbiamo a che fare con un testo che non può essere altro che lo strumento dell’esperienza di sé. Usare OBSOLETO è leggere OBSOLETO.

La creatività, in quanto invenzione di sempre nuovi oggetti all’interno di un dato sistema, nel caso di OBSOLETO risiede tutta dalla parte della lettura. OBSOLETO spinge chi legge a darsi da fare, inventandosi diverse soluzioni di derivazione di una voce dalla lettera del testo, anche quando la voce sia solo mentale: prove di fraseggio; atti di dizione; posizioni del corpo; luoghi, situazioni e criteri di lettura; nuove ipotesi di continuità e rottura tra le frasi e tra le pagine. Composto negli anni in cui si pubblicava Opera aperta, OBSOLETO è uno strumento di lettura che solleva degli interrogativi sul significato propriamente più materiale e attivo della lettura di un testo. OBSOLETO fa precipitare la questione della lettura dal piano teorico della semiologia, al piano fattivo dell’esperienza. Dal momento che OBSOLETO non fu scritto per essere scritto né letto, la domanda che OBSOLETO ci pone non è: Cosa significa OBSOLETO?, bensì l’altra domanda, solo apparentemente indistinta, e cioè: Come (non) significa OBSOLETO? O, per maggiore chiarezza, si potrà dire che l’interpretazione di OBSOLETO non mira a stabilire cosa si dovrà leggere quando si legge OBSOLETO; ma piuttosto, come si dovrà leggere quando si legge OBSOLETO, in tutte le variabili del come, e cioè: dove, a che ora, con che, con chi, stando in che posizione, pensando a cosa, facendo cosa, eccetera.

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Questo spostamento dal significato-cosa al significato-come, tocca innanzitutto il disperato tentativo di leggere OBSOLETO interpretandone un chimerico senso nascosto, così come si fa con un codice cifrato o frammenti sparsi di testi antichi; dandone cioè una lettura che equivale a un’ermeneutica dei contenuti. Si suppone che un senso sotto-sotto ci debba pur essere; che una direzione, per quanto intricata, si possa rinvenire; che si riuscirà a individuare persino un finale del romanzo OBSOLETO, magari non coincidente con la pagina conclusiva del libro, e forse situato in una delle frasi interne al vaneggiante discorso — una frase col punto, come ce ne sono tante, che lì per lì non aveva affatto l’aria di essere, proprio quella, la frase finale e conclusiva. Ci si provi pure, in questa avventura; ma il sospetto è fortissimo che, da queste sabbie mobili di frasi difettate, non si tornerà indietro sani e salvi, e qui si rischia davvero la ragione.

Tuttavia, il destino di chi legge non è mai del tutto malefico. Infatti, l’apertura dell’opera OBSOLETO, non necessariamente dovrà corrispondere a una esegesi di OBSOLETO, finalizzata a ricavarne un posticcio senso narrativo, morale rintracciata o inventata di sana pianta all’interno del discorso sconquassato. Forse la nostra partecipazione all’opera non è in funzione di un restauro e nemmeno, in generale, di ordine semantico. Forse, più semplicemente, l’apertura dell’opera OBSOLETO consiste nella fattiva invenzione delle modalità materiali variabili attraverso le quali effettuare una lettura come fisica pronunciabilità di OBSOLETO, in una radicale ingratitudine del senso: luogo della lettura, posizione del corpo, modulazione della voce e del respiro, condizione psicologica, tratti contestuali e pragmatici che rappresentano la struttura effettiva dell’atto del leggere. Si tratta in definitiva di situare materialmente la lettura di OBSOLETO, e stabilire COME debba svolgersi la dizione di questo testo-senza-COSA, avendo messa da parte la questione del senso narrativo e collocandosi in uno spazio marginale del discorso, quasi esternamente ad esso, quasi indifferentemente ad esso. Questo spazio di azione del/sul discorso di OBSOLETO, è oggetto di immaginazione senza guadagno; e OBSOLETO stesso ne rappresenta un utensile.

PP, gennaio-febbraio 2020

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[1] OBSOLETO fu composto tra il 1962 e il 1968, anno in cui fu pubblicato da Scheiwiller inaugurando la collana Denarratori. Nel 2017 è stato ripubblicato da Edizioni Cinquemarzo nella collana dia*foria, a cura di Giuseppe Calandriello e Daniele Poletti, in un volume che comprende interventi critici di Germana Agnetti, Cecilia Bello Minciacchi, Bruno Corà, Corrado Costa e una nota di Daniele Poletti.

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